Piero Formica è professore di Economia della conoscenza ed esperto di innovazione, è Senior Research Fellow presso l’Innovation Value Institure della Maynooth University in Irlanda.Nel 2017 gli è stato conferito l’Innovation Luminary Award dall’European Union Open Innovation Strategy and Policy Group.
Ha pubblicato di recente con la casa editrice Il Mulino il libro Parole e voci dell’innovazione.
Lei dice che in Italia ci vorrebbe una rivoluzione culturale, perché altrimenti siamo condannati ad essere un Paese del terzo mondo?
Dipende da cosa farà il terzo mondo (ride). Se consideriamo la Cina che è già una potenza mondiale siamo condannati. In Italia, ad esempio, quando si parla di riforma della scuola, che è fondamentale per un Paese, si parla di ammodernare l’insegnamento. Nei Paesi evoluti si parla di apprendimento e non più di insegnamento.
Ci spieghi la differenza.
L’insegnamento è un sapere calato dall’alto con dei libri di testo e bisogna rispondere ai professori secondo quanto scritto in quei libri. L’apprendimento invece parte dal basso, non da importanza alle risposte ma alle domande che pongono gli allievi. Domande di curiosità che ad un certo punto creano una massa critica e una rottura e la conoscenza cambia. Bisogna investire su questo. Bisogna instillare il dubbio. Dal dubbio nascono le idee che non c’erano prima e che possono cambiare le cose.
Facciamo un gioco pratico. Lei diventa ministro dell’Innovazione in Italia ed ha carta bianca per fare quello che vuole. La prima cosa che fa?
Prendo gli insegnanti e li sottopongo ad un massiccio processo per diventare dei mentori dell’apprendimento. La scuola è come il resto del Paese. E’ ferma. Come un atleta che c’ha una gamba robustissima, molto allenata e l’altra gamba che non funziona, “tubercolotica”. Un atleta così non può vincere i 100 metri.
Lei fa molto affidamento sulle nuove generazioni. Ma intanto che facciamo?
I risultati si vedono sul lungo periodo. Allora le dico intanto cosa non dobbiamo fare. Mettiamo che usciamo dall’euro e svalutiamo la nostra moneta. Si creerebbe un cortina di ferro in uscita. Come ad esempio per la formazione e per mandare i nostri figli all’estero ad imparare cose nuove e diverse. Potrà permetterselo solo chi ha molta disponibilità economica, sarà una micro élite. Così il Paese riduce il suo potenziale cognitivo. E’ solo dall’incontro di persone diverse e culture diverse che si creano le grandi novità. Lo diceva Keynes.
E a chi sostiene che l’Italia negli anni ‘80, senza questi ossessivi scambi con l’estero e con la globalizzazione, funzionava, aveva grandi imprese, cosa risponde?
La rinascita del dopoguerra ha avuto una lunga gittata. Ma abbiamo sempre fatto innovazione incrementale. Le faccio un esempio per capirci. Il caso di Olivetti che era la frontiera mondiale di un settore, con le innovazioni di Natta (Giulio Natta poi premio Nobel nella chimica, ndr), non ha avuto l’effetto esplosivo che meritava. Perché? Perché in Italia abbiamo sempre avuto una buona imprenditoria incrementale ma ci è mancata l’imprenditoria di rottura e un appoggio a questo tipo di imprenditorisa che fa la differenza. Quando abbiamo avuto, come con Olivetti, quella di rottura l’abbiamo buttata nel cestino mandandola via. Come nel caso di Federico Faggin, uno degli inventori più famosi del mondo e padre dei microprocessori che è dovuto andare via dall’Italia. Mi diceva di recente che dove stava lui, in Lombardia, era impossibile conversare. Invece in Silicon Valley si poteva. La “conversazione”, questa attività che sembra inutile, un passatempo, è stata l’origine dell’Illuminismo e della rivoluzione industriale. L’abate Galiani, un famoso economista del 1700 diceva che i mercati sono “conversazione”.
Come si crea oggi in Italia un’imprenditoria di rottura e questa “conversazione”?
Intanto bisogna fare investimenti nella spontaneità e nell’incontro, rivedendo la nostra idea di luoghi di incontro, di “piazza” e “salotti” dove una volta nascevano le idee. La storia italiana è costellata di questi luoghi ai quali aderivano anche i ceti più bassi. Questi luoghi sono stati sostituiti da vari show televisivi dove ci si prende anche a sediate. Le faccio un esempio, con il packaging bolognese che è una potenza mondiale. E’ nato negli anni ‘20 del secolo scorso con gli operai che si trovavano la sera a giocare a carte e da lì conversando hanno messo in piedi l’industria del packaging con un passaggio di idee e conflitti anche tra loro. I conflitti sono fondamentali. Fanno crescere. Ma non sono contrasti a sediate.
Quindi questo salotto potrebbe essere anche televisivo ma deve essere un luogo di elaborazione e di innovazione?
Si può fare in tanti modi. E’ un fatto di civiltà che sta mancando in Italia. Vedersi fisicamente ha la sua importanza ma anche la tv può avere un ruolo. Pensi che almeno due sere alla settimana i maggiori imprenditori della Silicon Valley si incontrano e si divertono a giocare con le idee, conversando con le idee.
Noi non abbiamo luoghi di questo tipo…
Di questo tipo non ne vedo, ne sarei lieto se ne venissi messo a conoscenza. Non ne vedo sui giornali di queste cose. Vedo al massimo cose molto formalizzate ed istituzionalizzate. Abbiamo poi un’esaltazione di figure come i “guru” e una messa in ombra degli scienziati. Non sono la stessa cosa. Gli scienziati si occupano anche della conoscenza inutile, quella che appare come inutile. Ma che in realtà poi fa la differenza. I “guru” invece riproducono quello che già c’è. Sono degli eco. Ma gli scienziati sono fondamentali. In Italia sono in ombra nel dibattito pubblico e sembra non servano a niente.
Sul brevissimo tempo che farebbe come ministro?
Farei in modo di permettere agli studenti di studiare Letteratura e Fisica, Chimica ed Economia, Matematica e Poesia. Tornerei alla transdisciplinarità dell’insegnamento, non all’interdisciplinarità. Abbatterei come nel Rinascimento, e ancora prima, le barriere nella formazione delle persone. Tornerei a quando non c‘era l’insegnamento specialistico. Bisogna avere delle persone che sanno fare a tutto tondo. Oggi si sa tutto di niente. Non ci si chiede più se le cose potrebbero stare in modo diverso. Bisogna invece uscire fuori dalla mappa della conoscenza conosciuta. In Italia questo è molto difficile e sa perché? Perché abbiamo foltissime corporazioni. In Europa non ci sono così forti. Le corporazioni difendono lo status quo con manovre che subito appaiono appetibili, semplici ed eclatanti. Sono la voglia di non affrontare strade che non si sono mai percorse. E così si sta fermi.
Come si può dare un colpo mortale a questi gruppi di potere?
Con tantissime mosse di seguito. La singola mossa fa poco. L’abolizione del valore legale dei titoli di studio è un passaggio, Ma ci vogliono tante rotture. Le faccio l’esempio delle figure di mecenate che per passione e determinazione furono fondamentali nel Rinascimento. Ne abbiamo oggi di mecenati in Italia? Ne abbiamo di gente così? Non mi sembra. Le faccio un esempio di Cambridge in Inghilterra, dove degli imprenditori hanno avuto successo, hanno fatto dei soldi durante la loro carriera, diciamo così. A partire dagli anni ‘70 del secolo scorso questi imprenditori hanno utilizzato il loro denaro sulla città di Cambridge che era un sistema di college e patate trasformandola in un sistema di college e imprese molto avanzate. Hanno donato denaro, nel vero senso della parola, come ricompensa di quanto avuto come successo personale. Niente di più. Hanno pensato: la città si avvantaggia e noi stessi viviamo in un luogo più vivibile. Ma è successo dell’altro. Uno di questi imprenditori è stato chiamato in Cina e si è creato un flusso di scambio per il quale è stato nominato professore a Cambridge. Ha speso il denaro ottenendo in cambio “reputazione”. Non barche a vele, immobili, titoli azionari.
Ah ecco…
Le città si trasformano anche in questo modo. Con la stesso principio Tallinn in Estonia si è vista piombare addosso una marea di denaro perché alcuni fondatori di Skype, sono stati anche miei studenti, erano di Tallinn. Avviene così. I cosiddetti mecenati italiani non si comportano allo stesso modo. Fanno calcoli e investimenti con i soldi che dicono di dare in dono. Addirittura ci sono alcuni che hanno aperto corsi di formazione per i giovani. Ma quei corsi poi si pagano. Mi chiedo è mecenatismo questo o è qualcos’altro?

