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Lavoro, nella metalmeccanica gli uomini guadagnano quasi 30mila euro in più delle donne: la fotografia di Fiom-Cgil sul gender gap

Secondo lo studio della Fiom-Cgil su 1.315 rapporti aziendali del biennio 2024-2025, le donne sono solo il 21,5% degli occupati nel settore metalmeccanico e percepiscono il 19,6% del monte retributivo complessivo. Il gender pay gap si attesta al 12%

Lavoro, nella metalmeccanica gli uomini guadagnano quasi 30mila euro in più delle donne: la fotografia di Fiom-Cgil sul gender gap

Lavoro, Fiom-Cgil: “Nella metalmeccanica le donne sono il 21,5% degli occupati”. De Palma: “Estendere la contrattazione per ridurre il gender gap

La Fiom-Cgil nazionale presenta uno studio sui rapporti periodici sulla situazione del personale maschile e femminile nelle aziende metalmeccaniche. Sono stati analizzati 1.315 rapporti relativi al biennio 2024-2025, per un totale di oltre 500mila dipendenti, 476.488 diretti e 37.309 lavoratrici e lavoratori in somministrazione.

L’analisi della Fiom-Cgil parte da una fotografia dell’occupazione, che risulta così divisa per categorie professionali: il 2,80% sono dirigenti, il 9,68% quadri, il 44,45% impiegate/i e il 43,07% operaie/i. Sul totale dei 476.488 dipendenti diretti dei rapporti analizzati, 373.865 sono uomini e 102.623 donne. Le donne rappresentano quindi il 21,5% del totale e, nello specifico, sono il 17,5% dei dirigenti, il 23,1% dei quadri, il 30,5% degli impiegati e il 12,2% degli operai. Le lavoratrici e i lavoratori in somministrazione – che sono il 7,83% del totale – sono per l’89,7% uomini e per il 10,7% donne.

I contratti part time coinvolgono il 3,68% dei dipendenti, ma mentre solo l’1,3% gli uomini è coinvolto dal lavoro a tempo ridotto, la percentuale delle donne arriva al 12,2%. Molto diverso è anche l’utilizzo del lavoro agile, che coinvolge in varie modalità circa un dipendente su 4. Dall’analisi emerge che mentre il 23,5% degli uomini adotta questa modalità di lavoro, la percentuale nelle donne arriva al 37,1% del totale. Per quanto riguarda il salario, il gender pay gap nell’industria metalmeccanica si attesta al 12%. In totale, nel 2025, alle donne (che sono il 21,5%) spetta il 19,6% del totale del monte retributivo annuo lordo. Una differenza salariale che, per categoria professionale, si attesta a 29.977 euro l’anno per i dirigenti, 6.788 euro per i quadri, 7.955 euro per gli impiegati e 6.173 per gli operai.

Andando a fondo nella composizione del salario si vede che mentre il salario strutturale, quello che proviene dalla contrattazione collettiva, evidenzia un gender pay gap intorno all’8,5% – dovuto dal diverso inquadramento e dall’utilizzo più ampio del part time per le donne – il salario accessorio, in gran parte erogato unilateralmente dalle aziende e frutto di contrattazione individuale, vede il divario arrivare al 23,6%. Ma anche la contrattazione integrativa riduce il gender pay gap. L’analisi delle retribuzioni relative ai grandi gruppi/aziende seguiti soprattutto a livello nazionale, dove la presenza storica del sindacato produce una contrattazione avanzata, mostra che il divario economico scende all’8,3%, circa il 4 punti percentuali meno del dato complessivo.

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Di seguito la dichiarazione di Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil e Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom-Cgil: “Di fronte ad un simile quadro si conferma l’impegno della Fiom-Cgil contro il divario di genere. Come evidenziano i dati che abbiamo analizzato, la contrattazione genera uguaglianza. Il valore del contratto collettivo nazionale di lavoro delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici è di garantire un salario giusto per le lavoratrici e i lavoratori e di ridurre il gender pay gap. Con l’ultimo rinnovo abbiamo rafforzato anche gli aspetti informativi per poter monitorare e quindi intervenire su questi aspetti. Oltre al contratto nazionale, occorre rafforzare ed estendere il secondo livello contrattuale. La contrattazione collettiva è una leva importante ma da sola non basta, è necessario un quadro legislativo coerente. Da un punto di vista normativo, il Governo deve intervenire sul decreto legislativo del 7 maggio del 2026, poiché non ha garantito la piena attuazione della direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza salariale”.

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