Mancato fatturato per 433 miliardi di euro l’anno, quasi il Pil del Belgio. E’ quanto le imprese europee di piccola e media dimensione, quelle che una volta venivano chiamate Pmi, realizzano in meno rispetto alle loro potenzialità. A dare questa indicazione è una recente ricerca Coleman Parkes Research / Ricoh, sulle 75mila imprese del vecchio continente che contano tra 50 e 500 dipendenti e hanno un fatturato compreso tra 3 e 130 milioni di euro.
Ma da cosa derivano questi mancati ricavi che mediamente sono pari a 5,7 milioni per ogni Pmi? Al primo posto, secondo il campione di aziende della ricerca, sta la difficoltà nel reperire i finanziamenti necessari per sviluppare il business. Una causa indicata dal 31% degli intervistati, percentuale che sale al 38% secondo le Pmi italiane. Se da un lato le grandi imprese hanno una sufficiente capacità finanziaria, dall’altro le normative europee tendono a favorire le start up, soprattutto se create da giovani, rispetto alle Pmi già presenti sul mercato. Per le piccole medie imprese europee si verifica quella che alcuni osservatori definiscono “La sindrome del figlio di mezzo”, che non ha la posizione dominante del primogenito e non viene coccolato come il fratellino minore. Per ovviare a questa situazione, le piccole/medie imprese europee cercano di accrescere la loro massa critica: nel 38% dei casi pianificano di quotarsi in Borsa, mentre nel 21% puntano a operazioni di merger&acquisition.
A causa della difficoltà nel reperire finanziamenti (ndr: ma a volte anche per una cultura aziendale non sempre all’avanguardia), quasi un terzo del campione delle Pmi europee deve ancora adottare le tecnologie per la digitalizzazione necessarie a crescere e diventare imprese di grandi dimensioni. Un salto di qualità decisivo per riuscire a realizzare il fatturato potenzialmente raggiungibile e che invece, secondo la ricerca, viene drammaticamente perso.
Ma c’è un altro ostacolo che impedisce alle Pmi di sfruttare appieno il proprio potenziale. Per il 27% del campione complessivo e per il 24% di quello relativo all’Italia, le Pmi non sono attrattive per i nuovi talenti, che preferiscono il prestigio e la sicurezza delle grandi aziende o si fanno tentare dal gusto della sfida delle start up. Insomma, una conferma del dramma del fratello di mezzo.
«Le medioimprese europee», conclude Jyoti Banerjee, cofondatore del M-Institute, un ente che si occupa di questa tipologia di aziende, «affrontano sfide molto simili, a prescindere dal Paese e dal settore merceologico in cui operano. Per l’Europa è decisivo che le medie aziende raggiungano un traguardo di crescita, il che creerebbe così nuovi posti di lavoro. Un maggiore supporto da parte degli enti governativi farebbe la differenza, mentre al momento le Pmi sono trascurate». Un grido di dolore che farà fatica a essere ascoltato dai vertici della Ue, attenta a proteggere soprattutto i colossi della finanza.
MILO GOJ
