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Economia

 

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"Per i Ligresti son sempre stato un signor No, una sorta di tappo per le azioni della famiglia. Per l'Ingegnere era diventato tutto più complicato, ero negativo per la sua autonomia. Per quei livelli, poi, giudicavo molto eccessive le paghe che conferiva ai figli". Carlo Ciani, ex amministratore delegato della Sai e presidente di Premafin, accanto all’Ingegnere di Paternò da subito dopo Tangentopoli fino al 2012, racconta ad Affari come avveniva la gestione delle società da parte di Ligresti. Una gestione incriminata ora dalla Procura di Torino e che ha portato agli arresti del patron Salvatore e dei suoi tre figli: Jonella, Paolo e Giulia. "Dopo di me e Bondi, è arrivato Fausto Marchionni", prosegue Ciani, ora vicepresidente dell'Istituto Oncologico Europeo (Ieo) di Umberto Veronesi. "Marchionni era una persona che veniva dalla rete agenziale, molto preparata, con un eloquio facile, ma più disponibile alle politiche aziendali che gli azionisti di maggioranza pretendevano e..."


L'INTERVISTA

Come commenta la notizia degli arresti disposti dalla Procura di Torino di tutti i componenti della famiglia Ligresti?
"Umanamente, mi dispiace molto. Li conosco da molti anni. Detto questo, sono 11 anni che ho lasciato la Sai, rimanendo soltanto come consigliere di amministrazione in Premafin (si è dimesso nel 2012, ndr), una holding che non riesce però a interferire molto con l'attività della compagnia assicurativa".

E cioè?
"Per statuto, Fondiaria-Sai è autoreferenziale. Premafin, quindi, non ha il controllo sulla partecipata. Quindi, sono stato molto lontano da ciò che è accaduto finanziariamente in FonSai".

Ciani1

D'accordo, ma come giudica la vicenda degli accantonamenti fasulli nelle riserve?
"Mi ha molto sorpreso anche se è un problema già emerso negli anni scorsi quando si è dovuto ricorrere a più aumenti di capitale. Operazioni pesanti che hanno finito per mettere fuori gioco i Ligresti, gestione che invece non ha sentito questa necessità finanziaria. Da tecnico, posso dire che nelle compagnie assicurative gli accantonamenti per le riserve sono il punto cruciale da cui dipendono i risultati di bilancio. Se uno non fa gli accantonamenti giusti è chiaro che può conseguire anche degli utili, proprio com'è accaduto nel 2010 in FonSai".

Ed è quello che sostiene anche la Procura di Torino...
"Sì. I sinistri non venivano chiusi e, quindi, non si determinavano gli accantonamenti. Le carenze si sono poi progressivamente accumulate. Rimango sorpreso per le cifre che sono circolate (buco da 600 milioni nelle riserve e conseguenti utili in Premafin per 253 milioni, ndr), ma non per gli arresti. Misura che, quando sono in ballo cifre come queste, scatta quasi automaticamente".

Ma secondo lei, l'impianto accusatorio degli inquirenti corrisponde alla realtà dei fatti? C'è stata l'intenzionalità dei Ligresti, contando anche su amministratori delegati "compiacenti", nel falsificare le riserve e generare così artificialmente dei pay-out?
"Beh, i fatti vanno in questa direzione, perché ciò è avvenuto. Ma le cifre emerse sono davvero enormi. Non mi sembrano il frutto dell'iniziativa di un singolo contabile, quanto il frutto di una politica di copertura dei rischi più ampia del tutto inadeguata. Gestione che ha poi generato delle ingenti ricapitalizzazioni".

Lei ha lavorato a stretto contatto con Ligresti dagli inizi degli anni '90 fino al 2002, quando è uscito da Sai. Com'è stata lo coabitazione con l'Ingegnere?
"Onestamente, sono stato fortunato. Sono arrivato nella Galassia Ligresti nell'aprile del '93, quando l'Ingegnere era appena uscito dal carcere per Tangentopoli. Furono le banche, in particolare Mediobanca, che mi chiesero di mettere ordine nella situazione finanziaria di Ligresti che incappava in ricorrenti crisi finanziarie".

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Perché?
"Ligresti era un po' un Onassis italiano, che ha sempre lavorato con i soldi dei terzi. Nelle sue avventure, ha sempre messo pochi soldi suoi. S'indebitava enormemente con le banche, non riuscendo in un secondo momento a far fronte agli impegni a causa delle numerose crisi che incontrava sul mercato immobiliare. In più, nella vendita degli immobili ad alcuni enti amministrati da persone vicine alla politica, aveva una gestione garibaldina. La mia coabitazione con Ligresti è stata buona fino al '97. Sono riuscito a lavorare bene fino a quando c'è stato l'accordo fra l'Ingegnere e le banche per ristrutturare i suoi debiti. Mi lasciava operare anche se ogni tanto si arrabbiava perché gli vendevo alcuni cespiti come le cliniche, Tele Lombardia o la Ginori. Operazioni destinate a fare cassa, perché gli istituti di credito volevano vedere rientrare flussi di denaro. Non soltanto riscadenzare i debiti. Messa a posto la situazione finanziaria e preparata la fusione fra Fondiaria e Sai, la coabitazione è diventata più difficile: da allora, per i Ligresti son sempre stato un signor No".

Può spiegare?
"Nel 2002 mi hanno chiesto in maniera francamente 'poco urbana' di farmi da parte per far entrare nella compagnia una persona molto preparata come Enrico Bondi, manager che è durato però soltanto 6 mesi. Bondi non si mise d'accordo con i Ligresti sulle deleghe. Ma se io ero il signor No, Bondi era il signor doppio No. Ero diventato una sorta di tappo per la gestione Ligresti. Per l'Ingegnere era diventato tutto più complicato, ero negativo per la sua autonomia. Per quei livelli, poi, giudicavo molto eccessive le paghe che conferiva ai figli".

Dopo Bondi è arrivato Fausto Marchionni...
"Sì, una persona molto preparata che veniva dalla rete agenziale, che aveva un eloquio facile e con un buon rapporto con i soci. Ma disponibile alle politiche aziendali che gli azionisti di maggioranza pretendevano. Se fossi rimasto amministratore delegato di Fondiaria-Sai, lei ed io ora non staremmo qui a parlarci: la compagnia non avrebbe corso dei rischi e il dissesto non si sarebbe verificato. Avevo messo a posto la partita dei debiti e gettato le basi per un'operazione importante come la fusione fra Sai e Fondiaria, azioni che andavano premiate. Invece, nel 2002 sono stato allontanato dalla compagnia assicurativa".

E ora come sono i suoi rapporti con l'Ingegnere?
"Mi considero un suo amico. Umanamente mi è simpatico, ma negli affari ci sono delle regole che non vanno oltrepassate e dispiace vedere che una famiglia abbia accumulato prima e distrutto poi un ingente patrimonio".

Nel 2012, lei ha rassegnato le dimissioni anche da Premafin. Il comunicato della holding spiegò che da parte sua c'era un'incapacità nel seguire le numerose riunioni preparatorie alla fusione con Unipol. E' vero o c'era dell'altro, soprattutto inerente al rapporto con la famiglia che ormai si era messa contro tutti, Mediobanca in primis?
"E' verissimo. Era impossibile seguire tutto. Riunioni molto frequenti, in tarda serata e che non erano più neanche delle riunioni, ma conferenze con gli avvocati. Ingestibili. Ho 80 anni".

Come giudica la fusione con Unipol?
"E' un'operazione molto complessa da realizzare. Mi auguro che l'attuale vicenda non interferisca con il merger. Anche se Unipol non è esente da problemi, come l'indebitamento, la fusione è un'operazione positiva. Certo, se FonSai e Milano Assicurazioni fossero finite nell'orbita di Axa o di Generali sarebbero finite in mani più robuste. Ma la compagnia bolognese ha un management capace e azionisti forti alle spalle come le Cooperative".

Si dice che anche nel bilancio del gruppo guidato da Carlo Cimbri ci siano dei problemi nella contabilizzazione di alcuni attivi...
"Non lo so. Ho letto di questo sui giornali, ma non conosco minimamente la situazione finanziaria di Unipol".

Arriverà l'ok finale dell'Ivass, l'ultimo scoglio alla fusione?
"Adempiuti gli obblighi Antitrust, credo di sì. Mi auguro che le attuali vicende di FonSai rimangano confinate nella gestione dei vecchi soci".

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