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Economia

di Sergio Luciano

Per chi li ha conosciuti e seguiti all’epoca della loro sfolgorante carriera, il declino inglorioso di personaggi come i fratelli Magnoni, e soprattutto il loro leader Ruggero, può fare un effetto malinconico o al contrario un po’ liberatorio. E’ pur sempre una caduta di “semidei”. Chi ama i miti, è triste. Ma chi invece i miti li teme, tutti in genere e soprattutto quelli falsi, non può che respirare di sollievo. Ogni qual volta i fatti dimostrano che spesso dietro grandi ricchezze c’è grande disonestà – come ammoniva 1700 anni fa Sant’Agostino – è un bene, perché l’umanità ha l’occasione per ricordarsi che l’arricchimento è sì lecito ma solo dentro le regole e non a discapito del prossimo, altrimenti è un crimine e si chiama furto.

Certo, a questo punto di ogni articolo su vicende giudiziarie in corso occorre inserire la solita, ipocrita pappardella di premesse sulla giustizia che farà il suo corso, che deciderà, che stabilirà… Ma è una pantomima. La sanzione vera, che spesso resta l’unica, vista la schifosa inefficienza del nostro sistema giudiziario, l’opinione pubblica la commina in base agli scampoli di verità che trapelano da indagini sempre più elettroniche e quindi documentali: quando si legge il testo delle intercettazioni, o addirittura lo si ascolta dai file-audio o si assiste ai filmati carpiti con le telecamere nascoste, ci si forma la propria idea di colpevolezza e niente la cambia più.

Il dialogo tra i fratelli Giorgio e Ruggero Magnoni riportato dalle intercettazioni è raggelante. Di fronte alla loro società che scivola verso il default, Giorgio vuole salvare il salvabile, liquidare correttamente la società e restituire quel che si può a chi ha diritto, ma Ruggero – il capo! – lo biasima, lo irride, lo incalza: “A te che cazzo te ne frega? La somma, siccome è a vantaggio degli altri e non tua, a te cosa te ne frega?” Sembra Razzi: “Fatti li cazzi tua!”. Che schifo. Questo è il finanziere che ha architettato la scalata a Telecom Italia. Avete capito? E tutti (o quasi) noi giornalisti a decantarla come l’Opa più grande del mondo, a parlare di finanza innovativa. Una porcheria, semmai, e ben lo sanno gli azionisti di minoranza di Telecom, semidistrutta da quella potenza che era proprio a causa di quell’Opa e di quel che ne è derivato. Una porcheria ordita da gente dedita solo a “li cazzi sua”. E’ bene saperlo, la diffidenza non è mai troppa.

Certo, che le intercettazioni “brucino le tappe” delle sentenze è uno scandaloso malcostume che le Procure alimentano (e chi, se no?) consapevoli di essere all’origine di un sistema che per vie fisiologiche non arriva mai alla fine. Come una sorgente d’acqua che sapesse di non poter mai arrivare alla foce perché drenata dal deserto dell’inefficienza giudiziaria. E quindi lasciano che tutto emerga, in modo che almeno la gente si formi un’idea. Sarà un male, anzi lo è perchè così spesso finisce trutata anche gente innocente, ma è così che “(disf)funziona”.

E allora formiamocela, quest’idea, su questi fenomeni assurdi.

1) Molti, troppi, cosiddetti finanzieri ai quali, consapevolmente o meno, affidiamo i nostri soldi, pensano soltanto a “li cazzi loro”. Anche al prezzo di fregare noi.

2) Per questo dobbiamo diffidare da chi si pone come Re Mida della finanza facile, tendenzialmente è un mascalzone, ha rubato o ruberà.

3) La finanza previdenziale, quella dei fondi pensionistici integrativi come la Cassa Ragionieri, l’Enpam o l’Inpgi, dovrebbe stare alla larga da societucole di modesto passato e incerto presente com’era la Sopaf quando questi enti hanno affidato ad essa la gestione di somme importanti del loro patrimonio. E dovrebbero comunque essere in grado, questi fondi, di esercitare un controllo di merito sulla qualità della gestione che dei loro soldi (che sono poi nostri) viene fatta. Ma ne sono capaci? Prima ancora di chiedersi se ne hanno veramenrte voglia e se non si lasciano sedurre da interessi privati inconfessabili, bisogna chiederci proprio: ne sono capaci? Al vertice di questi enti previdenziali privati siedono, com’è fisiologico che sia, rappresentanti della rispettiva categoria. La categoria dei medici, chi mai potrà designare nel consiglio del proprio ente previdenziale, se non dei medici digiuni di finanza? E questo consiglio come potrà mai valutare la qualità della gestione che dei suoi asset viene fatta dai consulenti? Non potrà, non saprà: è ovvio, esattamente come un finanziere non potrà mai valutare la qualità della terapia che gli viene prescritta dal suo medico se non dopo essere guarito o, al contrario, quando sarà in punto di mrte.

4) Allora come se ne esce?

Diciamo innanzitutto che pienamente non se ne esce. Diceva John Kenneth Galbright che “la Borsa è il luogo che periodicamente provvede a separare il denaro dagli imbecilli”, e lo diceva quando Ruggero Magnoni non era forse ancora nato. Quindi chi investe in capitale di rischio, rischia.

Per questo il risparmio previdenziale è un’altra cosa, che non dovrebbe mai essere messa a simili repentagli.

Se vogliono proprio restare autonome, le casse previdenziali integrative dovranno emendarsi dal consociativismo che le connota e affidarsi solo a professionisti indipendenti del risparmio selezionati molto più seriamente di quanto accada oggi. Affidarsi per gestire e affidarsi per controllare la gestione.

Ma c’è anche e soprattutto un problema di vigilanza pubblica. La tutela del risparmio è un principio sancito dalla Costituzione, è sacrosanto che le autorità presidino questo campo. Non è giusto che questa o quella Cassa si affidino a chi desiderano senza un ok preventivo e un costante controllo di merito dello Stato, perché è pooi lo Stato che, quando è saltata qualche cassa e quando altre (certamente) ne salteranno, ci deve mettere una pezza, attingendo alle casse erariali che riempiamo noi contribuenti con le tasse che paghiamo. Quindi è in gioco il denaro di tutti, sulle cazzate fatte da pochi. Basta.

La commissione che avrebbe dovuto controllare sulla buona gestione delle Casse, la Covip, dopo l’uscita di Antonio Finocchiaro dal vertice, si direbbe alquanto appannata nell’incisività: e comunque le norme che ne regolano l’azione sono deboli. Pare che i suoi poteri verranno conferiti presto alla Banca d’Italia, che ha un apparato di vigilanza finanziaria ormai sempre meno carico di funzioni a causa dello “svuotamento” che di esse ha fatto la Bce. Bene, che allora vigili la Banca d’Italia. Vigili chiunque titolato a farlo: ma basta ladrate con i nostri soldi.

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