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Lo scenario economico italiano nel 2018. La politica e i programmi di governo

Intervista ad Alessia Potecchi, Presidente dell’Assemblea del PD di Milano

Lo scenario economico italiano nel 2018. La politica e i programmi di governo
Alessia Potecchi
Lo scenario economico del 2018 potrebbe rivelarsi meno chiaro a causa delle molte tensioni politiche. La fase pre-elettorale potrebbe oscurare una visione chiara dei temi economici che la politica dovrebbe affrontare prioritariamente, e distorcere le problematiche da risolvere
Il presidente Gentiloni ha recentemente dichiarato “L’Italia è tornata a crescere, con una crescita che non sappiamo dove si attesterà, ma certamente è molto superiore a quello 0,8%-0,9% che prevedevano tutte le istituzioni solo un anno fa e molto superiore all’1,5% che pure il governo ha previsto nelle ultime revisioni dei documenti di economia e finanza, più vicina al 2% che all’1,5%”. Le principali banche di investimento, nelle loro prime valutazioni per l’anno 2018, pare non si aspettino un anno tanto diverso da quello che sta terminando: una crescita economica intorno al 2%, borse sostenute, inflazione molto contenuta o poco più del 2%, qualche ritocco ai tassi di interesse.
 
A settembre 2017 si prevedeva un aumento del Prodotto Interno Lordo(PIL) pari all’1,5% in termini reali, in accelerazione rispetto a quello registrato nel 2016 (+0,9%). Il miglioramento del PIL è atteso proseguire su ritmi analoghi anche nel 2018 (+1,4%). Fonte Istat. Anche l’Ocse parlava di “Slancio dell’economia nei prossimi 6-9 mesi” in Italia.
 

LO SCENARIO DEL 2018

 
Ma lo scenario economico del 2018 potrebbe rivelarsi meno chiaro a causa delle molte tensioni politiche. La fase pre-elettorale potrebbe oscurare una visione chiara dei temi economici che la politica dovrebbe affrontare prioritariamente, e distorcere le problematiche da risolvere.
 
Chiediamo ad Alessia Potecchi, Presidente dell’Assemblea del PD di Milano: quali sono gli aspetti più significativi che il programma di governo dovrebbe affrontare nel 2018?
 
“Lo scenario economico e sociale è meno inquietante. In Italia e in Europa si stanno rafforzando i segnali di ripresa. Le previsioni migliorano anche se si procede con fatica e con affanno. Il problema da risolvere è quello del consolidamento di questo accenno di ripresa. Non è cosa facile. L’Europa non riesce a diventare una realtà politica e sociale; l’insensata politica dell’austerità ha creato danni enormi. Disuguaglianze, impoverimento, immigrazione, populismo. Il Parlamento europeo rimane una istituzione formale con un’assemblea frenata da fermenti nazionali e a volte addirittura nazionalisti (Spagna, Austria, Polonia, Ungheria ecc…). Una situazione quella dell’Europa instabile e vulnerabile nella quale occorre fare i conti con il risorgente isolazionismo degli Stati Uniti, con il fenomeno massiccio della immigrazione; con il protagonismo dei Paesi asiatici, la Cina in primis, con il risveglio dell’Islam che sente forte il richiamo della guerra santa, la Jihad”.
 
Non c’è il rischio che il clima pre-elettorale porti a differenziare sensibilmente il comportamento dei politici italiani da quello che potrebbero tenere i politici di altre nazioni europee?
 
“L’Italia in  questo contesto è alla vigilia di una campagna elettorale complessa, imprevedibile, arroventata. Abbiamo in Europa già avuto negli ultimi mesi prove elettorali contraddittorie.  Positivo il risultato in Francia e in Olanda. Drammatico in Spagna. Antieuropeo in Inghilterra.  Problematico in Belgio e in Austria.  Sconcertante in Germania.  Gli italiani sono alla vigilia di una scadenza decisiva, i rischi sono notevoli, ma c’è l’opportunità di rilanciare l’Europa e di consolidare in senso strutturale la ripresa congiunturale in atto”.
 
Come? 
 
“Occorre definire una organica alleanza capace di raccogliere le forze necessarie per risolvere i tre problemi che sono sul tappeto. Il primo : L’Europa. C’è stato uno snaturamento dei principi, i valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, della eguaglianza e della solidarietà sono stati depurati di ogni dimensione sociale, sono diventati precari anzi irrilevanti. Sull’altare dell’austerità  si è affermato il pensiero unico, secondo il quale ogni idea di competitività è stata giocata sulla riduzione del reddito del lavoro e del welfare. Non si parla più a chi si sente sconfitto dalla globalizzazione, dal predominio della finanza, dall’austerità. Non c’è, poi, da meravigliarsi se tanti cittadini in Europa, ma anche in Italia, si rivolgono altrove e talvolta ad inquietanti antivalori come efficacemente è emerso nell’ultimo rapporto del Censis”.
 
Come può procedere allora l’Europa?
 
“Ecco perché diventa fondamentale che l’Europa riprenda il suo cammino sciogliendo questi nodi prima delle elezioni del 2019 per il rinnovo del Parlamento Europeo. Occorre mandare innanzitutto in soffitta la politica dei tagli e dei risparmi rivedendo il Fiscal Compact per renderlo compatibile con una politica di sviluppo e di innovazione basata su ricerca, lavoro ed infrastrutture. In secondo luogo occorre chiudere i paradisi fiscali e societari che ancora oggi esistono e resistono in Europa per l’assenza di una politica fiscale comune. In terzo luogo occorre avere una comune e coesa politica sull’immigrazione”.
 
Aveva accennato anche ad altri problemi.
 
“Il secondo problema irrisolto è quello della mancanza di prospettive e di programmi nel campo del lavoro e dell’occupazione. Occorre coordinare le politiche per la valorizzazione del lavoro per i giovani. Serve un piano serio, innovativo, dotato di ampie risorse. I giovani, soprattutto in Italia, sono condannati al precariato e a lavorare lontano dal loro Paese. Sono simili, nel nuovo millennio, ai giovani contadini disperati del primo ‘900 o  del secondo dopoguerra, quando riempivano le piazze in attesa di qualche “caporale” che li scegliesse per sfruttarli in lavori saltuari e gravosi. Oggi non popolano più le piazze reali ma quelle virtuali del web alla ricerca disperata e spesso vana di vedere accolto il loro curriculum per un lavoro modesto, temporaneo, disagiato”.
 
Che ruolo hanno allora le istituzioni?
 
“Proprio questo è il terzo problema: quello della stabilità delle istituzioni, della competenza della politica e degli apparati di governo. Ci vuole autorevolezza e non autoritarismo, ci vuole forza ideale per mettersi alla testa dei cittadini, ci vuole conoscenza, ci vuole sapere, ci vuole intelligenza. La Legge di Stabilità 2017, così come è stata modificata, contiene spunti interessanti per la futura legislatura. Sono state aperte delle fessure nel muro delle rigidità erette in passato dalla Unione Europea e, soprattutto, si è ripreso il dialogo con le forze intermedie (sindacati, imprese, lavoratori autonomi). Si è rafforzata con successo la dialettica sociale, si sono cominciati a smantellare le rendite di posizione di un apparato burocratico troppo autoreferenziale, poco sensibile alle esigenze dei cittadini. Insomma è entrata in crisi quell’ideologia che in modo radicale negli ultimi anni aveva affidato fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze del mercato. La globalizzazione di per sè e in sè produce mostri: può essere invece un elemento di progresso se è posta in un solido contesto giuridico”.
 
Con che spirito allora affrontiamo la campagna elettorale?
 
Non sarà facile la campagna elettorale, ma sarà utile se prevarranno il confronto tra le idee, le proposte, la sincerità, la competenza.