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Economia
Lvmh, scacco a Richemont sui gioielli. Perché Arnault studia l'Opa su Tiffany

Gli investitori istituzionali azionisti di Tiffany (tra i principali Vanguard ha il 10,64% del capitale, Qatar Investment Authority il 9,79%, Lone Pine Capital il 5,44%, mentre Jp Morgan e BlackRock hanno entrambe poco meno del 4,5%) si sono risvegliati di ottimo umore oggi: dopo un’offerta da 14,5 miliardi di dollari in contanti confermata da Lvmh sulla società di gioielleria americana, che fino a venerdì a Wall Street valeva 11,9 miliardi in termini di capitalizzazione, i prezzi sono schizzati ben oltre i 120 dollari offerti, con un rialzo superiore al 30%, dopo il +60% già messo a segno da inizio anno, per avvicinarsi ai 130 dollari per azione.

Un livello, quest’ultimo, cui potrebbe corrispondere secondo alcuni trader un primo rilancio da parte del colosso francese che controlla 75 grandi marchi del lusso ma che dal settore gioielleria (dove controlla il marchio Bulgari) ricava solo il 9% delle sue vendite (ossia poco più di 4,1 miliardi di euro annui) e deve tenere a bada l’avanzata della concorrente svizzera Richemont. Quest’ultima giusto un mese fa ha comprato il 100% del gioielliere italiano Buccellati da Gangtai Holding (che ne era diventato proprietario un paio d’anni or sono, quando a cedere le quote erano stati il fondo Clessidra e la famiglia Buccellati), affiancandolo a marchi già di proprietà come Cartier e Van Cleef & Arpels che nel complesso generano oltre la metà delle sue vendite (oltre 7 miliardi di euro).

Convincere il Cda di Tiffany, che ha fatto sapere che discuterà l’offerta lasciando però intendere di ritenerla ancora inadeguata, è la condizione pregiudiziale per evitatre di perdere ulteriore terreno, ma Lvmh deve anche stare attenta a non strapagare un titolo che già tratta circa 21,5 volte gli utili attesi, sui quali peraltropesano le proteste di Hong Kong, città che da sola genera un quinto di tutte le sue vendite di Tiffany in Asia.

Quanto sia serio il rischio-Hong Kong lo ha indicato chiaramente a fine agosto in una conference call con gli analisti il Ceo Alessandro Bogliolo (in passato tra i top manager di Diesel e di Bulgari), dicendo che i tumulti fino a quel momento erano costati circa sei giorni totali di vendita a causa di chiusure impreviste dei 10 negozi del gruppo oltre ad un rallentamento delle attività in tutti gli altri giorni. Non solo: Tiffany già da tre trimestri registra vendite in calo e se finora aveva imputato al calo di gioielli da parte di turisti cinesi, in parte compensato da un robusto incremento delle vendite in Cina, il rischio è che anche nei prossimi mesi il trend prosegue o peggiori, portando a risultati annui nella parte inferiore della forchetta previsionale della società o forse anche al di sotto di essa.

Lvmh potrebbe insomma dover decidere se vale la pena rilanciare per tagliare fuori ogni possibile contromossa di Richemont o rinunciare per non pagare troppo Tiffany, che già ora rappresenterebbe la maggiore acquisizione mai fatta da Lvmh. Il razionale industriale dell’operazione è però forte, perché Tiffany, che Bogliolo ha già detto di voler rifocalizzare sul suo mercato domestico, consentirebbe al colosso del lusso controllato da Bernard Arnault di portare da 47 a quasi 60 miliardi di euro il giro d’affari annuo, rafforzandosi su un mercato strategico come quello statunitense che al momento non arriva a rappresentare i 12 miliardi di euro di giro d’affari (di cui appena il 3% legato alla gioielleria) e che invece raddoppierebbe in caso di accettazione dell’offerta.

Al di là dell’esito dell’operazione, peraltro, la mossa di Lvmh ha messo ulteriormente sotto i riflettori del mercato un settore che continua a presentare margini e tassi di crescita tra i più elevati al mondo e a catalizza l’attenzione degli investitori istituzionali. Con tutti o quasi i maggiori gioiellieri mondiali già accasati, tra i pochi gruppi che restano indipendenti e sono dunque potenziali prede dei grandi gruppi del lusso vi sono la giapponese Mikimoto, tra i principali produttori di perle al mondo, l’inglese Graff Diamonds (diamanti e orologi di lusso), e la svizzera Chopard (famosa per i suoi gioielli in oro e pietre preziose almeno quanto per i suoi orologi). Tutte e tre sono però private e proprio la mancanza di una quotazione potrebbe rendere da un lato più difficile trovare un accordo, dall’altra meno oneroso portare a termine un’eventuale acquisizione. 

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