
Ancora una giornata difficile in borsa per Saras, che dopo la pubblicazione dei dati relativi al quarto trimestre 2012, chiuso in profondo rosso (82,4 milioni di perdita netta contro i 21,3 milioni di rosso segnato nel quarto trimestre 2011, in gran parte a causa della differente incidenza degli ammortamenti e delle svalutazioni, pari a 89 milioni, ma anche l’Ebitda rettificato non va meglio crollando a 17,6 milioni di euro, -69% su base annua, contro attese di consensus circa doppie) lascia sul terreno il 5,95% a Piazza Affari, col titolo a 87 centesimi di euro per azione.
Ma qual è il male oscuro di cui soffre da tempo il gruppo controllato dalla famiglia Moratti, che solo nel maggio del 2006 si era quotato a Piazza Affari a 6 euro per azione facendo il “tutto esaurito” (le richieste avevano superato di 4 volte il quantitativo offerto) per poi vedere in meno di 7 anni svanire l’85% abbondante del proprio valore? Se guardiamo agli ultimi tre mesi del 2012, a pesare è stato ancora una volta il pessimo risultato dell’area raffinazione il cui Ebitda è risultato negativo per 46 milioni di euro (contro attese di consensus attorno a -20 milioni di euro).
“Il quarto trimestre del 2012 è stato caratterizzato da condizioni di mercato estremamente difficili nel Sud Europa sia per il comparto della raffinazione che per quello della distribuzione e marketing”, ha dovuto ammettere il presidente Gian Marco Moratti, che però si è detto fiducioso nel 2013, “iniziato in modo decisamente più positivo per la raffinazione, grazie ad una buona domanda extraeuropea di diesel e benzina”. Il problema è che dallo sbarco a Piazza Affari ad oggi il titolo, salvo un breve periodo nella fase acuta della crisi del 2009, non solo ha continuamente sottoperformato l’indice Ftese Mib ma ha anche sostanzialmente ignorato l’andamento del prezzo del greggio.
Al momento del debutto a Piazza Affari, infatti, il petrolio WTI oscillava attorno ai 69,4 dollari al barile, per poi scivolare sino ai 57 dollari nel marzo del 2007. Da allora e sino al picco di 110,21 dollari al barile toccato a metà marzo 2008 il prezzo del greggio è solo che salito, per poi crollare, complice la crisi economico-finanziaria mondiale seguita al fallimento di Lehman Brothers nell’ottobre di quello stesso anno, sino a un minimo di 35,41 dollari nel gennaio del 2009. Da allora il prezzo è tornato a salire sino ai 112,38 dollari di fine aprile 2011, per poi tornate a oscillare tra i 107 dollari visti a marzo 2015 e gli 84,50 dollari visti a luglio sempre dello scorso anno.
In tutto questo tempo il titolo è sceso pressoché ininterrottamente sino a fine giugno scorso quando vennero toccati i 71,85 centesimi di euro per azione, per poi stabilizzarsi oscillando tra i 90 centesimi e l’euro per azione. Un andamento non dissimile da quello seguito dal competitor diretto, la Erg della famiglia Garrone, che però è riuscita a salire maggiormente nel 2007 e poi a “tenere” molto meglio dal 2009 ad oggi scavando un ampio solco tra i due titoli. Forte competizione e margini in calo nel settore della raffinazione petrolifero e il ritardo accumulato nel processo di ridefinizione del business da parte di Saras rispetto ad Erg paiono la causa di tale divario.
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Il settore della raffinazione è da tempo sotto pressione in tutta Europa e in Italia in particolare, tanto che già a giugno del 2012 Pasquale De Vita, presidente dell’Unione Petrolifera, aveva parlato di cinque impianti italiani a “rischio chiusura immediata” (Cremona, Gela, Taranto, Livorno e Falconara, per due dei quali, Livorno e Taranto, Eni aveva già bloccato le produzioni per i successivi 12 mesi). Rispetto ad altri concorrenti nazionali ed esteri Saras è concentrata unicamente su un solo sito, molto forte e integrato (Sarroch), che però guadagna molto nei periodi di crescita ma perde altrettanto ampiamente nei periodi di magra.
In questi ultimi anni, tra una crisi e l’altra, di “vacche grasse” ce ne sono state davvero poche, mentre l’intero settore europeo appare sempre più maturo e destinato a decrescere, in un crescendo di chiusure o concentrazione di impianti. L’unica carta da giocare, per Saras, potrebbe essere fare leva sulle sue attività nel settore del gasolio, un settore che potrebbe risalire, ma finora, come più volte lamentato dai sindacati, i Moratti hanno preferito concentrarsi sul taglio dei costi, a cominciare dagli appalti. Una scelta comune a gran parte del sistema industriale italiano, sempre più sofferente per la crisi della domanda aggregata nazionale, a sua volta causata dalla politica del rigore promossa dall’egemone europeo in particolare nei confronti di tutto il Sud Europa.
Tuttavia stante la maggiore competitività recuperata, forzatamente, dalle raffinerie greche, è difficile che tale strategia possa bastare, a fronte di volumi produttivi destinati comunque a rimanere inferiori a quelli di anche pochi anni or sono. Per questo i Moratti almeno da un anno è alla ricerca di un partner, sull’esempio dell’intesa raggiunta a suo tempo tra la Erg e i russi di Lukoil che ha portato i Garrone a cedere l’80% della raffineria Isab di Priolo, con un “put” sull’ultimo 20% che potrà essere esercitato entro l’anno, facendo cassa preziosa in vista di nuovi investimenti in altri settori come le energie rinnovabili.
Fino a quando una simile partnership non sarà siglata (da settembre i Moratti hanno avviato colloqui con Igor Sechin, presidente di Rosneft, per discutere di possibili cooperazioni quali la fornitura di petrolio grezzo agli impianti del gruppo italiano e forse della cessione ai russi di una quota di minoranza di Sarroch, dopo che già a fine 2011 era circolata l’ipotesi di un accordo con Sibur Holding, già partner di Pirelli & C.), per Saras il periodo di quaresima sembra destinato a proseguire.
Luca Spoldi
