Sanità e scuola nel mirino. Scotto (Pd): “Sulla salute il messaggio è arrangiatevi e andate dal privato”
Mentre il mondo della scuola promette battaglia e le Regioni lanciano l’allarme sulla sanità, lo scontro sulla Manovra si sposta sulle priorità di spesa del Paese. Da un lato il governo difende le scelte di bilancio e la necessità di riorganizzare i servizi; dall’altro l’opposizione denuncia tagli lineari a istruzione e salute, accusando l’esecutivo di voler favorire i privati e le spese militari a scapito dello Stato sociale.
A tracciare la rotta per il Partito Democratico è Arturo Scotto, deputato dem e capogruppo in Commissione Lavoro alla Camera, che ad Affaritaliani boccia senza appello le misure del governo: “Siamo davanti a una lunga e ininterrotta dismissione dei beni comuni fondamentali garantiti dalla Costituzione”.
La Manovra 2027 è finita al centro delle polemiche per le risorse destinate a sanità e scuola. Secondo lei, il governo sta investendo abbastanza in questi due settori?
Se gli studenti scendono in piazza per chiedere una scuola migliore, la risposta del governo non è l’ascolto di istanze sacrosante, ma le leggi speciali per aumentare le pene e più polizia nelle strade, mentre in molte aree del Paese il diritto allo studio resta un obiettivo utopistico. Il punto è semplice: quando sulla scuola tagli 7.000 lavoratori tra insegnanti e personale ATA – che si sommano a quelli dello scorso anno – stai dicendo “me ne frego” di quello che chiedete.
D’altra parte, c’è un fondo di coerenza in questa condotta: il me ne frego è la loro cultura politica. Sulla sanità poi mettono 2,4 miliardi a fronte dei 5,5 chiesti dal Ministro Schillaci – che ormai non si capisce cosa ci stia a fare al suo posto visto che a ogni manovra lo umiliano -e addirittura dei 6,8 chiesti dalla Regione. Il messaggio di fondo è “arrangiatevi e andate dal privato”, che lautamente finanziano attraverso questo bonus di 300 euro per gli ultrasettantacinquenni.
Sarebbe interessante capire quali grandi strutture private intendano favorire: magari quelle di proprietà di qualche parlamentare della loro maggioranza, che incidentalmente è anche il principale editore dei quotidiani di area. La scelta mi pare chiara: siamo davanti a una lunga e ininterrotta dismissione dei beni comuni fondamentali garantiti dalla Costituzione.
Sulla sanità, le Regioni lamentano risorse insufficienti per garantire i servizi e ridurre le liste d’attesa. Quali interventi sarebbero necessari e cosa manca in questa manovra?
Loro hanno scelto di arrivare entro il 2030 al 5% del Pil in spese militari. Per obbedire a un diktat di Donald Trump. Siccome la coperta è troppo corta hanno rinunciato da tempo all’obiettivo del 7% per la sanità in media con l’Europa. Con questa manovra sarà peraltro una discesa vertiginosa e costante: nel 2027 saremo al 6,14%, nel 2029 al 5,83% del Pil. Basta andare a leggere le tabelle.
Sta saltando insomma il principio universalistico, vogliono tornare alle mutue e alle assicurazioni. A quasi cinquanta anni dalla legge 833 che istituì il SSN vogliono mettere una croce sopra al pilastro fondamentale del nostro stato sociale in un paese dove 6 milioni di cittadini non si curano più.
Riguardo alla scuola, si discute della riduzione di oltre 7mila posti tra docenti e personale scolastico. È una scelta giustificata dal calo degli studenti o un taglio che rischia di compromettere la qualità dell’istruzione?
La demografia non c’entra nulla, è una scusa. L’unica cosa che ricorderemo di questi signori è lo scandaloso quanto inutile tetto agli stranieri nelle classi: una misura che vuole dividere i bambini in base al colore della pelle, alla religione, al luogo dove sono nati. La realtà è che aumentano il fondo per le paritarie, ma tagliano sugli insegnanti della scuola pubblica. Come se la scuola fosse soltanto le 4-5 ore che si trascorrono in classe. Ma come facciamo a parlare di inclusione, di accoglienza e persino di sicurezza se non investiamo nel tempo pieno, soprattutto nelle aree più disagiate del paese? E per farlo ci vogliono più insegnanti.
Basti pensare che gli studenti del Sud Italia frequentano in media 200 ore di scuola in meno all’anno rispetto ai coetanei del Centro-Nord, una disparità strutturale che equivale alla perdita di circa un intero anno scolastico nell’arco del ciclo della scuola primaria. Il divario sul “tempo scuola” (in particolare l’accesso al tempo pieno di 40 ore settimanali) è lo specchio di profonde disuguaglianze territoriali non ancora superate. Bisogna assumere più insegnanti e stabilizzare i precari, altro che tagli.
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