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Manovra, trappola Superbonus sulle imprese. Casolaro (ATC): “Prestito forzoso a tasso zero: così lo Stato fa cassa su chi ha lavorato”

Il vicepresidente ATC denuncia ad Affaritaliani la spalmatura a 10 anni dei crediti: “Rischio chiusura e blocco fiscale per le PMI”

Manovra, trappola Superbonus sulle imprese. Casolaro (ATC): “Prestito forzoso a tasso zero: così lo Stato fa cassa su chi ha lavorato”
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Manovra, allarme Superbonus. Casolaro (ATC): “Creditrici dello Stato ma bloccate sul Fisco, serve un emendamento”

Mentre il dibattito sulla Manovra 2027 si infiamma sui tagli ai servizi pubblici, un nuovo fronte di tensione rischia di travolgere il tessuto produttivo italiano: quello dei crediti del Superbonus. Con l’articolo 37 del DDL Bilancio, l’esecutivo punta a far quadrare i conti di cassa spalmando obbligatoriamente l’ultima rata del 2027 su dieci anni fino al 2036, senza interessi e a rischio di decadenza. Da un lato il governo cerca di tutelare la stabilità finanziaria e contenere l’indebitamento; dall’altro le associazioni di categoria denunciano un cambio di regole retroattivo che colpisce chi ha eseguito i lavori mantenendo la promessa dello sconto in fattura.

Ma dietro i calcoli contabili dell’Erario e la stretta sulle compensazioni fiscali si nasconde un paradosso sociale ed economico: le imprese edili si trovano nella condizione di essere creditrici dello Stato per lavori regolarmente eseguiti, ma incapaci di usare le proprie risorse per saldare le tasse rateizzate, rischiando il blocco operativamente definitivo e il fallimento.

A spiegare le ragioni della protesta e le proposte di modifica al testo è l’Ingegnere Salvatore Casolaro, Amministratore di COS.E.M. S.a.s. e Vicepresidente di ATC (Associazione Tecnici e Costruttori), che ad Affaritaliani analizza l’impatto della norma e lancia un appello all’esecutivo: “Siamo di fronte a un prestito forzoso a tasso zero imposto a chi ha lavorato: così lo Stato fa cassa sulle piccole e medie imprese”.

In che modo l’articolo 37 della Manovra 2027 rischia di mettere in difficoltà le imprese edili che hanno accettato il Superbonus con sconto in fattura o cessione del credito?

Nel 2023 le imprese hanno eseguito i lavori per proprietari e condomini accettando di non essere pagate in denaro, ma in crediti d’imposta da recuperare in quattro anni, dal 2024 al 2027. Era la legge dello Stato a prevederlo. L’art. 37 prende l’ultima rata, quella del 2027, e la spalma obbligatoriamente in dieci anni, fino al 2036, senza interessi e senza possibilità di scelta. In più, la quota annuale che non si riesce a utilizzare in compensazione o a cedere entro l’anno si perde definitivamente.

In concreto, chi contava di recuperare 100.000 euro nel 2027 ne potrà usare 10.000 l’anno per dieci anni. Ai tassi attuali dei titoli di Stato, la perdita di valore è di circa 18.000 euro su ogni 100.000. È come se un committente dicesse all’impresa: “il saldo lavori te lo pago in dieci anni, senza interessi”. Nessun contratto privato lo consentirebbe. Una dilazione del genere può proporla solo un debitore in crisi, davanti a un tribunale e con il voto dei creditori.

Questa norma, inoltre, è inserita nel Capo del DDL dedicato al contrasto all’evasione fiscale, ma non ha nulla di antifrode: colpisce crediti regolari, nati da lavori realmente eseguiti e già controllati.

Molte imprese hanno contratto debiti con il Fisco contando di compensarli con l’ultima rata dei crediti prevista per il 2027. Cosa succederà ora con la dilazione obbligatoria in dieci anni?

Qui sta il cortocircuito. Mentre lo Stato pagava le imprese in crediti a quattro anni, pretendeva subito e per intero imposte e IVA su quegli stessi lavori. Per finire i cantieri molte imprese hanno anticipato materiali, manodopera e fornitori, e poi hanno subito il blocco delle cessioni. Senza liquidità, hanno dovuto rateizzare i debiti fiscali, contando di pagarli compensandoli con i crediti, compresa l’ultima rata.

Con la dilazione in dieci anni quella copertura viene meno. Chi non ha liquidità rischia di non pagare le rate e di far decadere la rateizzazione. A quel punto si aggiunge l’art. 36 della stessa Manovra, che abbassa da 50.000 a 30.000 euro la soglia di cartelle scadute oltre la quale si blocca ogni compensazione. Il risultato è un paradosso: l’impresa è creditrice dello Stato, ma non può usare i propri crediti per pagare lo Stato.

Quali sono le conseguenze concrete per le aziende? Quante rischiano di non riuscire a pagare i debiti fiscali e di arrivare alla chiusura? E quanti lavoratori potrebbero essere coinvolti?

Dati ufficiali sul numero di imprese colpite non esistono, ma si tratta certamente di una platea molto ampia. La relazione tecnica quantifica in 20,5 miliardi i crediti interessati, di cui 18,5 slittano dopo il 2027, ma non distingue tra imprese, banche e privati. Chiediamo proprio che il Governo renda pubblico quanti di quei crediti sono ancora in mano alle imprese che hanno eseguito i lavori.

Quello che vediamo come associazione e come operatori è che le imprese più esposte sono le piccole e medie imprese edili e impiantistiche: hanno fatto lo sconto in fattura, non sono riuscite a cedere i crediti e hanno debiti fiscali rateizzati. Per molte di loro la rata 2027 era la fonte principale per chiudere quelle posizioni.

C’è poi un paradosso. Chi ha operato in modo spregiudicato, o peggio fraudolento, ha in genere già monetizzato i crediti cedendoli subito a banche e intermediari. A pagare il prezzo di questa norma saranno soprattutto le piccole imprese che i crediti li hanno tenuti e contavano di usarli in compensazione.

Ogni impresa che chiude significa lavoratori licenziati che lo Stato dovrà sostenere con gli ammortizzatori sociali, fornitori non pagati, debiti fiscali e contributivi che l’Erario non incasserà più. Il risparmio di cassa di oggi rischia di trasformarsi domani in un costo sociale più alto, sempre a carico della collettività.

Chiedete di escludere dalla norma almeno le imprese che hanno realmente eseguito i lavori. Quale modifica dovrebbe introdurre il governo e quali sarebbero i costi per lo Stato?

Partiamo da un punto: le imprese non erano le beneficiarie del Superbonus. I beneficiari erano le famiglie e i condomini, che hanno ottenuto i lavori a costo zero e oggi si ritrovano immobili riqualificati e rivalutati. Con l’art. 37 quel costo zero non è più soltanto a carico dello Stato, ma in parte a carico delle imprese, che quei lavori li hanno eseguiti e anticipati e oggi pagano di tasca propria circa 18.000 euro ogni 100.000 di credito.

È un paradosso: chi ha ricevuto i lavori gratis non perde nulla, chi li ha realizzati paga gli interessi. Se lo Stato riteneva necessario un correttivo, gli interessi di questa dilazione avrebbero dovuto gravare semmai sui committenti che hanno beneficiato dei lavori, non su chi ha lavorato e aspetta ancora di essere pagato.

Chiediamo quindi un emendamento mirato con due possibili soluzioni: la prima è escludere dall’art. 37 i crediti ancora detenuti dall’impresa che ha eseguito i lavori e applicato lo sconto in fattura; la seconda, in subordine, è consentire di usare integralmente la quota 2027 almeno per estinguere i debiti fiscali già rateizzati o iscritti a ruolo, o prevedere una franchigia per contribuente.

Sui costi, la stessa relazione tecnica riconosce che la misura non ha effetti sull’indebitamento netto, cioè sul deficit che conta per Bruxelles. L’art. 37 serve a ridurre il fabbisogno di cassa del 2027: secondo l’Allegato 1 del DDL, senza questa norma il saldo netto da finanziare passerebbe da circa 197,6 a circa 216 miliardi. In pratica lo Stato evita di emettere 18,5 miliardi di titoli e se li fa prestare a tasso zero da chi detiene i crediti, con un risparmio di interessi stimabile in circa 4 miliardi. Sono interessi che lo Stato non paga ai mercati e che pagano invece le imprese.

Escludere le sole imprese esecutrici costerebbe una frazione di quella cifra, solo in termini di cassa e senza toccare il deficit. È una scelta politica: decidere se far pagare il conto a chi ha lavorato.

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