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I mercati azionari hanno corso tanto, con Wall Street entrata da poco nel quinto anno di fase “toro” e sono semmai sensibili a ogni sospiro dei banchieri centrali, finora motore del rialzo degli indici molto più che non l’andamento degli utili, come dimostra la reazione scomposta di stamane dei listini asiatici ai timori di un rallentamento nel ritmo con cui la Federal Reserve acquista bond sul mercato, timori che hanno portato il tasso sui titoli di stato decennali giapponesi a risalire all’1% dando via ad una serie di prese di beneficio che hanno a loro volta portato ad un tracollo degli indici azionari a Tokyo e in molte altre piazze dell’Asia e dell’Europa.

Dal canto loro i bond sono altrettanto se non più esposti al rischio di una correzione, dato che se non ora nei trimestri a venire le banche centrali, appena la ripresa economica si sia finalmente consolidata, dovranno per forza di cosa staccare la spina dagli incentivi monetari con cui hanno sostenuto (per molti “drogato”) i mercati finanziari in questi anni di crisi economica e creditizia.

L’oro e il petrolio neppure sembrano godere di grande salute, il primo già in deciso calo rispetto ai massimi visti nell’agosto dello scorso anno (quando un’oncia del metallo biondo era arrivata a costare 1877,50 dollari contro i 1390 dollari circa attuali), il secondo visto da molti ananlisti, tra cui gli uomini di Morgan Stanley, ancora strutturalmente debole in termini di prezzo a causa di una sovraproduzione Opec che continuerà a crescere almeno per un altro anno-anno e mezzo prima di toccare il picco nel 2015. Così se voi foste un investitore istituzionale, con grandi masse di denaro da far fruttare nel modo meno rischioso possibile, su cosa vi potreste orientare?

Gli investitori arabi sembrano aver ormai deciso: sul mattone, ma solo quello di qualità in grado di vedere ripartire nei prossimi anni le quotazioni, dopo la discesa dai massimi ante scoppio della bolla sui mutui subprime statunitensi del 2007. Così non deve stupire che il fondo sovrano del Qatar, per investire i flussi di capitali che gli derivano dai proventi petroliferi, dopo aver investito negli anni passati in partecipazioni di minoranza di gruppi finanziari come Barclays, Credit Suisse, Banco Santander, Agricultural Bank of China, il London Stock Exchange, in grandi magazzini come Harrods e J Sainsbury o in colossi industriali come Porsche, Wolkswagen e Iberdrola, abbia deciso di investire in progetti immobiliari come lo sviluppo dell’area di Porta Nuova, a Milano (dove sta sorgendo la nuova sede di UniCredit).

Di questo progetto, gestito da Hines Italia e del valore di 2 miliardi di euro, gli emiri, già proprietari dall’aprile dello scorso anno dei quattro alberghi di lusso posseduti da Smeralda Holding (ceduta da Colony Capital Llc), hanno messo in portafoglio il 40%, mentre negli scorsi giorni era arrivata da Londra (dove agli inizi dello scorso anno i gestori del Qatar avevano rilevato il quartier generale di Credit Suisse) la conferma che Qatari Diar Real Estate Investment e il gruppo Canary Wharf Group hanno ottenuto l’approvazione da parte delle autorità locali per costruire 8 nuove torri dove troveranno spazio uffici e 877 appartamenti sul sito dove sorge il quartier generale di Royal Dutch Shell sulla sponda sud del Tamigi.

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