Mercati, tre cose fondamentali da sapere per chi investe dopo il voto Usa
Le elezioni di midterm hanno segnato non solo un netto cambio di rotta negli Stati Uniti ma anche turbolenze, in parte inaspettate, sui mercati azionari. Gli analisti infatti avrebbero preferito un Congresso spaccato per diversi motivi. Ma a incidere su questa preferenza non ci sono solo i dati storici che indicavano questa strada come la meno accidentata, ma anche molto altro. E ora che succede? I primi segnali si sono già visti ieri con il tonfo a Wall Street.
La seduta di ieri ha cancellato infatti 600 miliardi di dollari di valore di mercato guadagnati durante il rally post-elettorale stabilendo un record negativo: la maggiore perdita collettiva in un singolo giorno per il gruppo, pari a circa 1.130 miliardi di dollari. L’indice tecnologico Nasdaq è sceso del 5,52%, trascinato al ribasso da un’ondata di vendite sui titoli legati all’intelligenza artificiale; l’indice S&P 500 ha registrato un calo del 4,36%, mentre il Dow Jones è sceso del 3,44%.
Ma c’è di più, la vittoria schiacciante dei Democratici potrebbe avere anche delle ripercussioni sui portafogli di investimento, compresi quelli in euro che risentono di un fattore cruciale: il movimento del dollaro.
Analizzando i dati dal 1954 al 2022 – riporta Milano e Finanza – Chris Galipeau, head market strategist di Franklin Templeton Institute, ha visto come nelle sette occasioni (su dieci) in cui i Democratici hanno conquistato l’intero Congresso la performance a tre mesi dell’S&P 500 sia stata in media del 10,3%, contro il +1,1% del Congresso diviso e il -8,4% dell’unica volta (2002) in cui si sono riconfermati i Repubblicani.
Ma già nel medio termine il discorso cambia: guardando all’andamento dell’S&P 500 a un anno lo scenario con i Democratici in entrambe le camere ha portato a un apprezzamento dell’indice del 14,8%, molto simile agli altri due scenari: +15,5% per le Camere divise, +14,9% per il controllo repubblicano.
“Oggi l’andamento del dollaro dipende più dal resto del mondo che dagli Stati Uniti“, segnala Donatella Principe, head of global strategy di Intermonte. “Le forze di lungo periodo, come la minore fiducia negli asset americani e nel biglietto verde come valuta di riserva, spingerebbero verso un indebolimento”. Il dollaro resta invece forte finché “sono deboli le altre valute”.
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