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Mercati, il vero rischio per gli investitori non è il rialzo della Bce. Azioni e bond alla prova del nuovo scenario

Per le famiglie il ritorno a tassi più elevati significa soprattutto una normalizzazione più lenta del costo del credito

Mercati, il vero rischio per gli investitori non è il rialzo della Bce. Azioni e bond alla prova del nuovo scenario

Mercati, il vero rischio per gli investitori non è il rialzo della Bce

La Banca centrale europea torna a stringere la politica monetaria e porta il tasso sui depositi al 2,50%, con un rialzo di 25 punti base. Una decisione largamente attesa, ma tutt’altro che ordinaria nelle sue implicazioni. Il punto, infatti, non è tanto il quarto di punto deciso dalla Bce, quanto la natura dell’inflazione che Francoforte sta cercando di combattere.

L’inflazione dell’area euro è salita in agosto al 3,3%, dal 2,9% di luglio, allontanandosi nuovamente dall’obiettivo del 2%. Ma sotto il dato generale emerge un quadro meno lineare: l’inflazione di fondo, depurata dalle componenti più volatili, si è moderata al 2,4%, mentre anche la dinamica dei servizi ha rallentato.

È qui che nasce il vero dilemma della Bce. I tassi di interesse sono uno strumento molto efficace quando l’inflazione deriva da una domanda eccessiva, da una forte espansione del credito o da salari e consumi che alimentano una spirale dei prezzi. Lo sono molto meno quando l’aumento dell’inflazione arriva prevalentemente dall’esterno del sistema economico europeo.

La politica monetaria non può aumentare l’offerta di energia né eliminare le tensioni geopolitiche. Può però impedire che un aumento inizialmente circoscritto dei prezzi si trasferisca alle aspettative, ai salari e successivamente all’intera struttura dei prezzi. È probabilmente questa la chiave con cui leggere la decisione della Bce.

Francoforte non sta combattendo soltanto l’inflazione presente. Sta acquistando credibilità contro quella futura.
Ed è una distinzione importante. La parte interessante della decisione riguarda infatti ciò che potrebbe accadere nei prossimi mesi. Se l’inflazione generale restasse sopra il 3% ma quella core continuasse a scendere, ulteriori rialzi diventerebbero progressivamente più difficili da giustificare. La Bce rischierebbe di applicare una medicina sempre più forte proprio mentre le componenti interne dell’inflazione stanno iniziando a raffreddarsi.

C’è poi un secondo elemento spesso sottovalutato: la politica monetaria agisce con ritardo. Il rialzo deciso oggi non produce i suoi effetti domani mattina. Passa attraverso banche, condizioni del credito, mutui, finanziamenti alle imprese, investimenti e consumi. Una parte della stretta monetaria, quindi, deve ancora raggiungere pienamente l’economia reale.

Per le famiglie il ritorno a tassi più elevati significa soprattutto una normalizzazione più lenta del costo del credito. Per chi possiede un mutuo a tasso fisso cambia poco nell’immediato; per chi deve accendere un nuovo finanziamento o rinegoziare il debito, invece, il livello dei tassi torna ad avere un peso significativo.

La questione è ancora più delicata per le imprese. Una società con elevata liquidità può attraversare questa fase senza particolari difficoltà. Un’impresa fortemente dipendente dal credito bancario, invece, vede aumentare il proprio costo del capitale proprio mentre deve fronteggiare costi produttivi più elevati.

È questo il possibile effetto asimmetrico della stretta: lo stesso tasso Bce non pesa allo stesso modo su tutti. Anche per i mercati finanziari la soglia del 2,50% conta meno del messaggio che accompagna la decisione. Gli investitori devono capire se siamo davanti a un aggiustamento temporaneo oppure all’inizio di una fase più lunga di politica monetaria restrittiva. Christine Lagarde ha ribadito che le decisioni verranno prese riunione dopo riunione, mentre la Bce vede ora l’inflazione media del 2026 al 3% e la crescita allo 0,9%.

La crescita, dunque, resiste. Ed è proprio questa resilienza a concedere alla Bce lo spazio necessario per intervenire. Se l’economia europea fosse già in recessione, un rialzo dei tassi sarebbe molto più difficile da sostenere. Esiste inoltre un terzo protagonista che rischia di essere trascurato: il debito pubblico. Quando salgono i rendimenti dei titoli di Stato, il maggior costo non viene trasferito immediatamente sull’intero stock di debito, perché solo una parte deve essere rifinanziata ogni anno. Ma, se i rendimenti restano elevati abbastanza a lungo, il costo medio del debito comincia gradualmente a salire. Per Paesi molto indebitati come l’Italia la durata della fase restrittiva può quindi essere persino più importante dell’entità del singolo rialzo.

Ed è probabilmente questa la variabile da osservare adesso. Non tanto chiedersi se il tasso Bce sia al 2,50%, quanto per quanto tempo resterà su questi livelli e dove terminerà il ciclo. C’è infine una conseguenza meno evidente. Dopo anni nei quali famiglie e imprese si erano abituate all’idea che il costo del denaro potesse rapidamente tornare molto basso, potrebbe essere iniziata una fase differente. Il vero cambiamento strutturale sarebbe un tasso “normale” stabilmente più elevato rispetto al decennio precedente.

In quel caso cambierebbero molte valutazioni: il prezzo del credito, la convenienza relativa tra liquidità e investimenti, il valore attribuito agli utili futuri delle società, le strategie delle imprese e perfino alcune decisioni immobiliari delle famiglie. Il rialzo di settembre, quindi, potrebbe essere ricordato meno per i suoi 25 punti base che per la domanda che lascia aperta: la Bce sta semplicemente reagendo a una fiammata temporanea dell’inflazione oppure sta entrando in un nuovo regime monetario?

La risposta arriverà dai prossimi dati. Ma una cosa appare già evidente: da oggi per Francoforte diventa più difficile continuare a salire senza distinguere con estrema attenzione tra inflazione importata e inflazione domestica. Perché combattere la seconda è compito naturale della politica monetaria. Cercare di eliminare la prima soltanto attraverso i tassi rischia invece di produrre un risultato paradossale: prezzi ancora elevati e crescita più debole.