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Mps, decennio lacrime&sangue. Così la banca si è dimezzata

A casa un terzo dei bancari. Le cifre della crisi senza fine della banca più antica del mondo

Era il 17 dicembre 2010 quando il Cda di Mps approvava un piano di riorganizzazione della banca che puntava a spostare 700 risorse interne sul front office e a ridurre di 1.400 unità le strutture centrali (nel marzo dell’anno successivo la banca sottoscriveva un accordo sindacale per gestire i primi 400 esuberi). Secondo l’allora direttore generale Antonio Vigni si sarebbe dovuto trattare “dell’ultimo importante passo dopo l’acquisizione di Antonveneta e le fusioni di banche e società all’interno del gruppo Montepaschi”, ma così non fu.

Il ritorno in Borsa del Monte? A settembre/ “Stiamo discutendo, negoziando con Consob i tempi” della riammissione alle negoziazioni di Mps in Borsa. Lo ha detto il Ceo della banca, Marco Morelli, nel corso della conference call di presentazione del piano di ristrutturazione dell’istituto. 

Con l’arrivo nel gennaio 2012 di Fabrizio Viola come direttore generale (e dal maggio di quello stesso anno come amministratore delegato), il nuovo piano industriale 2012-15 previde 4.600 uscite tra pensionamenti, esodi volontari (un migliaio) e incentivati facendo ricorso al Fondo esuberi e l’esternalizzazione del back office a Fruendo (con conseguente uscita di 1.066 dipendenti).

Ancora una volta non l’ultima “cura dimagrante”, visto che le autorità europee pretesero e ottennero, nel giro di un anno, un’integrazione che sull’arco del quinquennio 2013-2017 prevedeva l’uscita di ulteriori 3.400 dipendenti (di cui 1.334 nel corso del 2014, gli altri 2.066 esuberi attraverso due procedure sindacali nel 2015 e nel 2016). In tutto dunque altri 8 mila esuberi che hanno alzato a 9.400 unità il totale (di cui 2.700 registrati nel 2011- 2013, al netto di outsourcing e cessioni), con l’utilizzo sistematico del Fondo esuberi per coprire le uscite incentivate (2.900 previste nel solo triennio 2014-2017).

A chi chiedeva di eventuali pressioni della Bce per ulteriori fusioni con altri istituti o rafforzamenti patrimoniali Viola rispondeva che sì, c’era stata una “moral suasion”, un “auspicio che viene fatto in ambito europeo” (per quanto riguarda in particolare l’ipotesi di integrazione di Mps con un’altra banca), ma che non era arrivata alcuna indicazione “stringente”. Dichiarazioni che i leader sindacali come Antonio Damiani della Fisac commentavano positivamente ribadendo che “questa azienda può svolgere il suo ruolo così com’è con i sacrifici che sono stati fatti e con i progetti in corso”.

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Sacrifici tradottisi anche nella chiusura di 400 filiali prima e ulteriori 150 poi, a seguito dell’integrazione di piano richiesta dalla Bce, nonché nella cessione di attività “non strategiche” (che hanno portato all’uscita di 600 persone) e al blocco del turnover (700 persone pensionate e non sostituite tra il 2014 e il 2017). L’ultimo (per ora) piano “lacrime e sangue” è quello che si è dovuto stilare per ottenere il via libera da parte delle autorità europee alla ricapitalizzazione precauzionale di questi giorni: 5.500 esuberi netti, di cui 4.800 gestiti tramite il ricorso al fondo di solidarietà, 450 uscite legate alla cessione o chiusura di attività, 750 uscite derivanti dal turnover fisiologico e 500 nuove assunzioni e alla chiusura di 600 filiali (destinate a ridursi da 2000 a 1400) entro il 2021.

Anche ammettendo che una parte di queste cifre fossero già ricomprese nel piano in vigore fino al dicembre scorso (ad esempio il blocco dei turnover o la cessione di attività non strategiche), sono almeno altri 4.350 dipendenti che non vestiranno più le insegne di Mps nei prossimi anni, portando il totale dell’esodo ad oltre 12 mila unità nell’arco di un decennio, con una forza lavoro che sarà così calata da circa 32 mila a 20 mila unità, “dimagrendo” di un terzo del totale, in parallelo alla chiusura o cessione di 1.150 sportelli, ossia il 45% delle iniziali 2.550 filiali di cui disponeva la banca senese. 

Luca Spoldi