L’intervista a Giulia Mura: l’imprenditrice sarda che racconta un progetto contemporaneo nel cuore dell’Ogliastra
In un contesto globale segnato da incertezze economiche e cambiamenti climatici, c’è chi sceglie di fare impresa seguendo una logica diversa, più radicata nei valori, nella cultura e nel territorio. È la strada intrapresa da Giulia Mura, alla guida dell’Oleificio Pelau, in Ogliastra, una delle Blue Zone del mondo, dove longevità e qualità della vita si intrecciano con un patrimonio agricolo e culturale unico. “Io sono un’imprenditrice diversa”, racconta, “faccio le cose con anima e passione, al di là dei soldi. Quello che mi interessa davvero è raccontare il mio territorio”.
Una storia che nasce dalla terra e dalle persone
La storia dell’Oleificio Pelau non è quella di un’azienda nata per caso, ma il risultato di un percorso familiare profondo, fatto di sacrificio, visione e riscatto. L’oleificio, come struttura produttiva, nasce nel 2008, ma le sue radici affondano molto più indietro, nella terra di Jerzu e nella storia delle due famiglie da cui proviene Giulia. È da questa memoria che prende forma un modello imprenditoriale che oggi guarda al futuro senza dimenticare il passato. Giulia Mura rappresenta la terza generazione femminile alla guida dell’azienda, in un settore – quello olivicolo – che ancora oggi resta prevalentemente maschile. Il suo percorso non è stato lineare né semplice.
“Sono passata da situazioni in cui non venivo considerata a conquistarmi il rispetto sul campo”, spiega. Un processo che ha richiesto tempo, studio e una profonda conoscenza del territorio e delle sue dinamiche sociali. La sua formazione è uno degli elementi chiave di questa evoluzione: laureata in giurisprudenza, ha costruito negli anni un percorso altamente specializzato tra master in Evo Management, turismo enogastronomico e hospitality, fino a esperienze internazionali come il master in olivicoltura avanzata in Arabia Saudita e quello in oleoturismo in Andalusia. In un territorio periferico e logisticamente complesso come l’Ogliastra, la competenza diventa l’unico vero strumento per competere.
Oleoturismo: dall’intuizione al modello
L’idea di sviluppare l’oleoturismo nasce da una riflessione concreta sul futuro dell’azienda e del territorio. “Mi sono resa conto che la produzione agricola da sola non bastava più, anche a causa dei cambiamenti climatici che rendono le rese sempre più variabili. Dovevamo trovare un modo diverso di creare valore”. La risposta arriva dalla sua natura curiosa e viaggiatrice: se non è possibile spostarsi sempre per il mondo, si può portare il mondo in azienda. Nasce così un modello di accoglienza che trasforma l’olio in esperienza.
L’oleoturismo, spiega, non è semplicemente vendita diretta o degustazione, ma un sistema complesso che tiene insieme cultura, paesaggio e formazione. Permette di valorizzare l’identità locale, di raccontare il territorio attraverso i suoi prodotti e di creare nuove opportunità economiche, soprattutto in aree interne soggette a spopolamento. Allo stesso tempo contribuisce a destagionalizzare i flussi turistici e a costruire connessioni con altri comparti, come il vino, l’archeologia e il turismo naturalistico.
Ma soprattutto risponde a una nuova domanda del viaggiatore contemporaneo: “Chi arriva oggi non vuole solo comprare. Vuole capire. Vuole conoscere chi c’è dietro il prodotto, come nasce, quali sono le tecniche, qual è il legame con il territorio”.
Un’esperienza autentica, senza filtri
All’Oleificio Pelau l’esperienza è volutamente autentica, lontana da costruzioni artificiali. “Lo dico sempre: questa è casa”. I visitatori arrivano da contesti molto diversi e con aspettative differenti. Ci sono turisti europei che conoscono già l’olio e cercano qualità, altri provenienti da Paesi dove la cultura dell’extravergine è ancora poco diffusa e che si avvicinano con curiosità, e poi un pubblico sempre più attento alla formazione, interessato a comprendere a fondo il prodotto.
In molti casi, soprattutto nel mercato americano, l’esperienza diventa quasi accademica: si approfondiscono le cultivar, le tecniche di estrazione, il funzionamento dei macchinari, ma anche temi come la sostenibilità e l’economia circolare. È qui che emerge uno degli aspetti più innovativi del progetto.
Il ruolo strategico della ricerca e delle università
Uno degli elementi distintivi dell’Oleificio Pelau èil rapporto strutturato con il mondo accademico e della ricerca. Per Giulia Mura, il futuro dell’olivicoltura passa necessariamente da un dialogo continuo tra impresa e università. “La collaborazione con il mondo accademico è fondamentale perché permette di trasformare la ricerca in soluzioni concrete per le aziende e per il territorio”, spiega. È in questa direzione che si inseriscono i progetti sviluppati con diverse realtà, tra cui l’Università della Tuscia, con cui è attivo un lavoro sull’economia circolare applicata alla filiera olivicola.
L’obiettivo è valorizzare gli scarti della lavorazione, trasformandoli in nuove risorse: dalla produzione di biomassa e biogas fino allo sviluppo di prodotti innovativi per l’agricosmetica. Allo stesso tempo si stanno aprendo collaborazioni internazionali, come quella con istituzioni israeliane, per sperimentare nuovi utilizzi della sansa, ad esempio nella produzione di farine. In questo contesto, la ricerca non è un elemento accessorio, ma una leva strategica per aumentare la sostenibilità, migliorare la qualità delle produzioni e rafforzare la competitività delle aziende agricole.
Dalla produzione al brand territoriale
L’evoluzione dell’azienda riflette un cambiamento più ampio che sta interessando tutto il settore. “Non siamo più solo produttori agricoli – osserva Mura – ma stiamo diventando veri e propri brand manager”. Questo significa lavorare sul posizionamento, sulla comunicazione e sul valore percepito del prodotto. L’olio extravergine non viene più proposto come commodity, ma come prodotto identitario, legato a un territorio e a una storia. Anche il prezzo, in questa logica, diventa parte della narrazione, contribuendo a contrastare la svalutazione che per anni ha caratterizzato il settore.
L’Accademia del Gusto: investire nelle competenze
Da questa visione nasce uno dei progetti più ambiziosi: l’Accademia del Gusto. Non si tratta solo di uno spazio formativo, ma di un vero e proprio laboratorio di idee e competenze, pensato per colmare uno dei principali limiti del territorio. “Qui siamo in un contesto ancora molto chiuso e individualista. Per crescere abbiamo bisogno di portare energie nuove, di creare connessioni, di formare persone”.
L’Accademia punta ad attrarre studenti, stagisti e giovani professionisti, anche dall’estero, creando un ambiente di scambio culturale e professionale. L’obiettivo è duplice: da un lato formare competenze interne all’azienda, dall’altro contribuire allo sviluppo di un ecosistema territoriale più aperto e dinamico.
Un’impresa che guarda al futuro senza dimenticare le radici
Alla base di tutto resta una visione etica dell’impresa. “Per me contano il rispetto del territorio, il rispetto delle persone e la memoria di chi c’è stato prima”. Un approccio che si traduce nella volontà di non lasciare indietro nessuno e di costruire un modello di sviluppo condiviso, anche in un contesto complesso come quello ogliastrino. “Non voglio lasciare questo territorio come l’ho trovato. Voglio migliorarlo”. È in questa tensione tra radici e innovazione che si inserisce il lavoro di Giulia Mura, che vede nell’esempio, più che nella competizione, la chiave del cambiamento: “Qui spesso chi prova a fare qualcosa di diverso viene visto come un pericolo. Io invece credo che l’esempio sia una strada da seguire”. E forse è proprio da qui che passa il futuro dell’olio italiano.






