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Intesa Sanpaolo, startup cleantech e blue economy in crescita: 485 imprese innovative per accelerare la transizione ecologica

Tra le imprese analizzate, l’84% opera nel cleantech, il 13% sviluppa attività ibride tra cleantech e blue economy, mentre il 3% è focalizzato esclusivamente sulla blue economy. Il comparto più rappresentato è quello dell’energia, che pesa per il 30% del campione

Intesa Sanpaolo, startup cleantech e blue economy in crescita: 485 imprese innovative per accelerare la transizione ecologica

Intesa Sanpaolo presenta alla Venice Climate Week la ricerca su cleantech e blue economy: 485 startup per la transizione verde e blu

L’Italia rafforza il proprio ruolo nei settori del cleantech e della blue economy, puntando su un ecosistema di startup giovane, dinamico e diversificato. È quanto emerge dalla nuova ricerca del Blue Economy Monitor di SDA Bocconi School of Management, osservatorio promosso da Intesa Sanpaolo, presentata alla Venice Climate Week.

Lo studio, curato dai professori Francesco Perrini, Manlio De Silvio e Stefano Pogutz, ha analizzato un campione di 485 startup innovative attive nella transizione ecologica, pari a circa il 4% dell’intero panorama nazionale delle startup innovative. Un quadro che evidenzia il potenziale del Paese, ma anche la necessità di rafforzare l’accesso a fondi e capitali per sostenere la crescita dimensionale e la capacità di competere sui mercati globali. Tra le imprese analizzate, l’84% opera nel cleantech, il 13% sviluppa attività ibride tra cleantech e blue economy, mentre il 3% è focalizzato esclusivamente sulla blue economy. Il comparto più rappresentato è quello dell’energia, che pesa per il 30% del campione, con soluzioni legate a idrogeno verde, rinnovabili avanzate e sistemi innovativi di accumulo.

Seguono le tecnologie digitali abilitanti, pari al 27%, tra cui intelligenza artificiale e Internet of Things, e l’economia circolare con la gestione delle risorse naturali, che rappresenta il 18% e include iniziative per la cattura dell’anidride carbonica e la riduzione delle emissioni. Completano il quadro la mobilità sostenibile, al 9%, l’agritech, all’8%, e i materiali avanzati e la chimica verde, al 7%. Secondo la ricerca, l’Italia dispone di una solida base industriale, di oltre 200 incubatori e acceleratori e di un tessuto imprenditoriale altamente qualificato. A questi elementi si aggiungono vantaggi competitivi strategici, come il ruolo del Mediterraneo nello sviluppo della blue economy e la specializzazione industriale in settori chiave quali energia, acqua e materiali.

Il sistema italiano si trova però in una fase decisiva. Alla capacità di innovare deve accompagnarsi una maggiore rapidità nel trasformare le startup in realtà industriali solide, capaci di crescere, attrarre capitali e competere a livello internazionale. Tra le principali aree di investimento individuate per il cleantech figurano idrogeno verde, sistemi avanzati di storage energetico, tecnologie per la sostenibilità, economia circolare, biomateriali, agritech e agricoltura rigenerativa. Per la blue economy, invece, le direttrici prioritarie riguardano la valorizzazione biologica delle risorse marine, le biotecnologie blu, l’acquacoltura, le energie rinnovabili marine e l’innovazione nella manifattura navale e nella mobilità marittima sostenibile.

La ricerca individua tre raccomandazioni strategiche per rafforzare il posizionamento competitivo del Paese: migliorare l’accesso ai fondi europei attraverso programmi di capacity building e advisory, aumentare le risorse destinate a venture capital e corporate venture capital per sostenere le fasi di scale up e sviluppare una strategia strutturata di internazionalizzazione dell’innovazione verde e blu. In modo trasversale, emerge anche la centralità degli investimenti in competenze e capitale umano. Serve un approccio integrato che unisca politiche industriali, strumenti finanziari e formazione, con l’obiettivo di trasformare il potenziale innovativo italiano in crescita industriale sostenibile e competitiva.

L’Italia dispone di tutti gli ingredienti per diventare protagonista europea della transizione verde e blu”, ha affermato Francesco Perrini, direttore del Blue Economy Monitor. “Una filiera industriale robusta, centri di accelerazione e vantaggi geopolitici unici nel Mediterraneo. La vera sfida è oggi dimensionale: trasformare un ecosistema vivace di start-up in campioni industriali capaci di competere sui mercati globali. Servono capitali pazienti, una strategia strutturata di internazionalizzazione e politiche industriali coerenti con le ambizioni del Paese”.

Per Elisa Zambito Marsala, responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo, la blue economy e i fondali marini offrono “straordinarie potenzialità di crescita per il nostro Paese”. Sostenere la ricerca in questo ambito, ha sottolineato, significa supportare competenze, competitività e distintività italiana, favorendo ecosistemi virtuosi in cui istituzioni, imprese e università collaborano per preparare le nuove generazioni alle sfide globali.

L’Osservatorio Blue Economy nasce con l’obiettivo di analizzare i diversi aspetti dell’economia del mare e monitorarne le dinamiche di sviluppo, contribuendo a diffondere una maggiore conoscenza delle opportunità legate a un settore in forte crescita a livello mondiale. Il progetto si inserisce in un ecosistema più ampio dedicato alla blue economy e ai fondali marini, che coinvolge partner nazionali e internazionali come Université PSL di Parigi, SRM Centro Studi e Ricerche, One Ocean Foundation e importanti realtà aziendali.