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Economia

 

bersani monti

Le elezioni politiche rischiano di produrre un quadro politico incerto, ma difficilmente potranno produrre sostanziali modifiche dello scenario macroeconomico italiano almeno a breve termine. Su questo punto concordano la maggior parte degli osservatori esteri, stanti i numerosi vincoli esterni (fiscal compact, pareggio di bilancio) ed interni (interessi contrapposti delle varie corporazioni in cui si divide la società italiana) che hanno finora rallentato l'azione riformatrice dei governi succedutesi negli ultimi vent'anni.

Ciò nonostante i sei schieramenti in campo, pur mantenendo un profilo prudente, hanno programmi economici alquanto differenti. Si prenda la spesa pubblica, che per il 2013 è attesa attorno agli 809,5-810 miliardi di euro (contro gli 805,7 miliardi segnati nel 2012): il PD e i suoi alleati non amano parlare di "spending review" e di tagli, quanto di "riqualificazione" della spesa, proponendo "piani industriali per ogni singola pubblica amministrazione" grazie ai quali garantire il pareggio di bilancio nel 2013 attraverso maggiore "efficienza e risparmio". Il che non esclude che per alcuni settori come l'Istruzione, dopo anni di tagli "lineari", non si possa cercare di aumentare le risorse a disposizione. Con quali coperture è da vedere.

Il raggruppamento guidato da PDL e Lega rilancia invece la proposta di abbattere la spesa di 16 miliardi, anche se non offre dettagli di come farlo se non suggerendo che ogni legge di spesa debba avere una scadenza e che si estenda l'utilizzo di costi standard ai costi del personale di Regioni ed enti pubblici. Cita invece esplicitamente la "spending review" la coalizione guidata dall'attuale premier Mario Monti che promette di "proseguire l'opera di riduzione e riqualificazione della spesa corrente" (pari nel 2012 a 763,5 miliardi), sino a renderla il metodo "ordinario" di gestione "corretta ed efficiente" di tutte le amministrazioni pubbliche, a partire da quelle statali.

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Grillo e il Movimento 5 Stelle non offrono una strategia complessiva ma si focalizzano su una serie di misure trasversali a vari settori di spesa, dall'abolizione delle Province e dei rimborsi elettorali ai partiti all'allineamento (al ribasso) dello stipendio dei parlamentari con la media degli stipendi a livello nazionale, per continuare con l'accorpamento dei Comuni sotto i 5 mila abitanti, l'eliminazione delle Authority di settore e il "taglio degli sprechi".

Ingroia e Rivoluzione Civile sono contrari a tagli a Sanità e Istruzione pubbliche (mentre promettono di cancellare l'acquisto dei caccia F-35), ma fanno "tintinnare le manette" promettendo di colpire "chi ruba allo Stato e a tutti noi". Proposti anche un tetto a salari e pensioni "d'oro" dei dirigenti pubblici, dei parlamentari e dei consiglieri regionali, la forte riduzione delle auto blu (attualmente pari a 94 mila vetture) e di consigli di amministrazione (7 mila di troppo per Ingroia). Quasi opposta la ricetta di Fermare il declino, per cui la spesa pubblica può e deve essere tagliata di 6 punti percentuali sul Pil in 5 anni.

Di questi un punto verrebbe dalle privatizzazioni, altri cinque dal taglio della spesa corrente mediante riduzione dei redditi da lavoro dipendente (-1%, ottenuto tagliando dell'1,5% i contributi sociali), calo dei consumi intermedi (-3,7% tra il 2014 e il 2015) e contenendo la crescita della spesa pensionistica all'1,9%. In tutto tagli e risparmi che ammonterebbero a 12,2 miliardi quest'anno, a 24,5 miliardi l'anno prossimo e a 39,6 miliardi nel 2015 per oltre 76 miliardi di "manovra" nell'arco di un triennio.

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Se sulla spesa le posizioni divergono, sulla crescita le posizioni restano altrettanto distanti: in casa PD sembra darsi per scontato che il "fiscal compact" non reggerà all'urto della recessione europea che ancora venerdì la Commissione Ue ha previsto proseguire per tutto il 2013 (il Pil dell'Eurozona è ora atteso da Bruxelles in calo dello 0,3% contro il +0,1% previsto ancora lo scorso novembre), per questo la coalizione guidata da Pierluigi Bersani sembra voler puntare sul rilancio degli investimenti per garantire una "crescita sostenibile", facendo leva su energie rinnovabili, efficienza energetica, mobilità sostenibile, "made in Italy" e nuove tecnologie.

Misure che strizzano l'occhio anche alle piccole e medie imprese, che dovranno essere incentivate a collegarsi fra loro, a ricapitalizzarsi, ad accedere alla ricerca e ad accrescere il grado di internazionalizzazione. Il tutto cercando di migliorare la produttività del lavoro potenziando gli accordi di lavoro a livello aziendale e locale, ma allo stesso tempo modificando la riforma Fornero sulla flessibilità in entrata, in modo che i contratti precari costino di più alle aziende e quelli a tempo indeterminato risultino invece più convenienti.  Sul lavoro e sulla crescita Silvio Berlusconi quest'anno non ha sparato la sua "pallottola d'argento", concentrandosi piuttosto sulla promessa di un fisco più leggero (grazie al rimborso e abolizione dell'Imu sulla prima casa).

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