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Economia
Cina

Il Pil cinese nel 2012 è risultato pari a 51.930 miliardi di yuan, ossia a 6.235 miliardi di euro, miliardo più miliardo meno, il 7,8% in più dell’anno precedente, dopo il +10,4% segnato nel 2010 e il +9,3% del 2011, segno che le azioni di raffreddamento varate dalle autorità di Pechino avevano centrato il bersaglio. Detto in altri termini il Pil di Pechino vale a dire circa tre volte quello italiano ma, e qui sta il problema, secondo l’agenzia Fitch Ratings alle spalle della crescita economica cinese potrebbe esserci una “bolla” di dimensioni colossali. Il sistema bancario “ombra” (shadow banking), infatti, avrebbe ormai raggiunto dimensioni pari al 60% del Pil, ovvero a circa 3750 miliardi di euro, quanto basta per finanziare una volta e mezzo l’intero Prodotto interno lordo italiano.

Un numero colossale che spiega i timori espressi dalle autorità di Pechino per una crescita della liquidità ben oltre la dimensione in cui tutto il sistema sia gestibile. Se il 60% del vostro Pil non passa dal canale bancario ma da canali “alternativi” è infatti difficile capire quanto, quando e come le manovre di politica monetaria (sui tassi e sui coefficienti di riservazione obbligatoria per le maggiori banche del paese) possano incidere sull’andamento dell’economia reale e questo complica maledettamente un gioco già difficile in un’economia sempre più globale dove una massa imponente di liquidità, in gran parte creata dalle banche centrali negli ultimi anni per impedire il collasso dei mercati e sostenere la ripresa economica, si sposta a velocità folle dall’una all’altra asset class a seconda delle previsioni sui futuri andamenti dei tassi e degli utili aziendali.

Il sistema bancario ombra rischia di essere fonte di distorsioni perché finanza, a tassi non noti ma in molti casi molto elevati, progetti d’investimento e consumo che altrimenti non sarebbero finanziati dalle banche. E sebbene in alcuni casi le banche non sappiano cogliere al meglio le opportunità di business che si aprono in nuovi settori ogni giorno, è indubbio che i rischi aumentino man mano che il gioco cresce di dimensioni, tanto più che gli stessi prestiti vengono raccolti in “pacchetti” poi rivenduti a investitori che il mantenimento di tassi ufficiali sui minimi storici da parte delle banche centrali occidentali rende alla spasmodica ricerca di alternative più redditizie ai “tranquilli” titoli di stato statunitensi o tedeschi (o finanche italiani e spagnoli).

Col che anche il “rischio contagio” diventa praticamente inqualificabile ma potenzialmente alto. Per questo, probabilmente, Pechino la dato un “segnale” deciso lasciando i tassi overnight arrivare a toccare, la scorsa settimana, il 13% continuando per un mese a vendere titoli a tre mesi per drenare liquidità, prima di interrompere, questa settimana, gli acquisti. E forse per questo dall’altra parte del mondo anche la Federal Reserve di un Bernanke fattosi improvvisamente meno “colomba” ha già programmato, con ampio anticipo, di iniziare una lunga frenata dei propri acquisti di titoli di stato sul mercato, mentre la Bce di Draghi ha preferito a inizio mese non toccare ulteriormente i tassi.

Di assenza di liquidità si muore, come ben sanno molte imprese italiane, ma di eccesso di liquidità, soprattutto “nascosta” e dunque poco controllabile, si rischia di morire ugualmente. Diceva un vecchio adagio borsistico che i banchieri, anche quelli centrali, non fanno mai la cosa giusta e quando la fanno la fanno per errore. In questo caso il rischio è quanto mai concreto, visto che almeno a Pechino non sembrano neppure sapere esattamente cosa e come fare per contrastare un fenomeno di cui sono noti solo i contorni e non i dettagli.

Luca Spoldi

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