Carlo Alberto Carnevale Maffè (SDA Bocconi): “La crisi USA-Iran è uno stress-test per l’Europa. Ma l’esame energetico non è più rimandabile”
La fine del cessate fuoco in Iran manda in allarme (di nuovo) i mercati. Dopo le parole del Presidente Donald Trump, il prezzo del petrolio è nuovamente schizzato alle stelle, superando il 6% e alimentando i timori di un’inflazione elevata e di un aumento dei tassi di interesse. Viceversa, i prezzi dell’oro sono scesi di oltre l’1% dopo che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato concluso l’accordo di pace provvisorio con l’Iran. Uno scenario che pone vari interrogativi e spunti di riflessione. Ne parliamo con CarloAlberto Carnevale Maffè (SDA Bocconi).
Professore, i mercati come stanno leggendo la recrudescenza militare?
Con nervi saldi e portafoglio prudente. Il Brent spot è rimbalzato sopra i 76 dollari al barile, con un incremento di oltre il 6% in un giorno, ma sul mercato future a 6 e 12 mesi è rimasto stabile a circa 72 dollari: in parole semplici, il mercato si aspetta che i prezzi rimbalzati ieri, si stabilizzino in discesa nei prossimi mesi.
E’ un fenomeno chiamato“backwardation”: i prezzi spot a pronti sono più alti rispetto alle scadenze future a 6 e 12 mesi. Numeri che segnalano tensione nel breve, ma nessun indicatore di panico per il futuro. Per capirci: a fine febbraio, allo scoppio della guerra, il barile era volato a 120 dollari. Oggi siamo tornati sostanzialmente ai livelli pre-conflitto. La volatilità c’è, ma è di superficie: il mercato prezza il rischio-Hormuz senza credere a un blocco strutturale dell’offerta.
Come si spiega questa relativa calma sui prezzi attesi per i prossimi mesi?
Con un paradosso che ai non addetti sembra controintuitivo. Proprio mentre volano i droni, l’OPEC+ apre i rubinetti. Domenica scorsa i sette produttori del cartello hanno deciso il quinto aumento consecutivo, 188 mila barili al giorno da agosto. E lo hanno fatto non per calmierare prezzi in salita, ma in un momento in cui le quotazioni erano già scese.
Aggiungiamo la defezione shock degli Emirati, usciti dal cartello dopo quasi sessant’anni per estrarre in autonomia, e il quadro si capovolge: la curva forward sconta un eccesso di offerta di medio periodo, non una scarsità. Riad insegue quote di mercato, non prezzi alti. È la logica del produttore che preferisce vendere molto a poco piuttosto che poco a molto.
Leggi anche: Nato, chiuso il summit ad Ankara: 50 miliardi per la difesa, 70 per l’Ucraina e un avvertimento all’Iran. Ecco il documento ufficiale
Quindi niente shock inflattivo?
Sull’energia il rischio è contenuto e temporaneo. Ma l’inflazione, come l’acqua, trova sempre una crepa. La vera vigilanza va spostata a valle: sui fertilizzanti, il cui prezzo è agganciato al gas, e il TTF ad Amsterdam è balzato di oltre il 4%, sopra i 48 euro. Un colpo al costo dell’azoto si trasmette, con qualche mese di ritardo, alle derrate agricole. È l’inflazione che non si vede subito ma che poi si presenta al supermercato, quando ormai i telegiornali hanno cambiato argomento.
E il turismo?
Capitolo sottovalutato. Il Golfo non è solo un giacimento: è la centrale di smistamento del traffico aereo intercontinentale. Gli hub di Dubai, Doha, Abu Dhabi sono le rotatorie del mondo. Con droni iraniani che dichiarano “obiettivo legittimo” ogni base della regione, aumentano premi assicurativi, deviazioni di rotta, costi di carburante per i vettori. Il turista non lo vede, ma lo paga: nel biglietto e nell’incertezza. E l’Italia, che di flussi turistici vive, farebbe bene a considerarlo un rischio-sistema, non una nota a piè di pagina.
C’è un lato positivo in tutto questo?
Ce n’è uno, e non piccolo. Ogni crisi mediorientale è, storicamente, un acceleratore di autonomia energetica europea. Questa ha dato la scossa: gli investimenti in rinnovabili corrono e, finalmente, si è aperto un dibattito serio, adulto, sul nucleare. Il Rapporto Draghi lo chiedeva a gran voce: un mix di medio periodo tra rinnovabili e atomo è la sola risposta strutturale alla ricattabilità geopolitica. Eppure restiamo colpevolmente indietro.
L’Italia in particolare?
L’Italia è l’unico grande Paese UE che conserva un atteggiamento pregiudizialmente negativo verso quel mix. Un’anomalia quasi folkloristica: dipendiamo dall’import più di tutti, e siamo i più riluttanti a costruire la nostra indipendenza. È come rifiutarsi di comprare l’ombrello perché fa bel tempo – salvo poi lamentarsi quando piove a Hormuz. La crisi USA-Iran ha il pregio, involontario, di ricordarcelo. Speriamo stavolta di prendere appunti, ma anche di metterli in pratica.

