
di Andrea Deugeni
@andreadeugeni
Per Renzi l’Italia sarà il locomotore della crescita in Europa. Ce la farà a vincere le resistenze tedesche? Affaritaliani.it lo ha chiesto all’economista della Bocconi Luca Fantacci (nella foto a sinistra), secondo cui “il premier sta facendo le scelte giuste. Sia in Italia sia in Europa”. Scelte che, sia dal punto di vista fiscale sia monetario, sono quelle di “spingere per un rafforzamento della domanda interna“. “Se si riuscisse a interpretare in maniera più flessibile il Patto di Stabilità, sarebbero pronti su scala europea un centinaio di miliardi di investimenti“, spiega Fantacci. Che aggiunge: “I tedeschi temono che la proposta di Renzi possa prendere peso e trovare consenso anche in altri Paesi, ma recederanno dalle loro posizioni se anche l’economia della Germania in futuro non crescerà secondo le aspettative“.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto grandi promesse nella sua ascesa al potere, ma dopo più di quattro mesi di governo i dati sull’andamento dell’economia italiana sono ancora terribili. Come valuta l’operato del premier e lo stato di salute dell’economia italiana? Le stime sul Pil del secondo trimestre non sono buone. Riuscirà l’esecutivo a risollevare veramente le sorti del Paese?
“Mi sembra prematuro valutare l’operato del governo Renzi sulla base dei dati macro (disoccupazione e produzione industriale, ndr) che iniziano ad arrivare adesso ed ingeneroso trarre poi delle conclusioni su delle misure che sono state parzialmente attuate. Sono degli allarmi per certi versi prematuri e per altri tardivi”.

Perché?
“Non ho mai creduto che ci fossero dei reali segnali di un’inversione di rotta sulla ripresa economica. Il merito del governo Renzi è quello di aver posto con forza la questione fondamentale della ripresa della domanda interna. L’ha posta in Italia con delle misure che certo non saranno sufficienti ma che vanno nella direzione giusta e l’ha posta in Europa, provando a mettere all’ordine del giorno un allentamento dei vincoli rispetto ai quali ha incontrato finora da parte delle forti resistenze dei tedeschi. Resistenze che, però, sono il sintomo che quest’istanza viene presa sul serio”.
Si riferisce alle reazioni del presidente della Bundesbank Jens Weidmann e del ministro delle Finanze Wolfgang Shaeuble alla posizioni di Renzi?
“Esatto. Sono segnali del fatto che in Germania c’è effettivamente il timore che la proposta di Renzi possa prendere peso e trovare consenso anche in altri Paesi. L’opposizione non è un segnale negativo. Anzi è direttamente proporzionale alla forza della proposta. Non è una chiusura, quindi, ma l’inizio di una contrattazione”.
Anche i tedeschi dunque sanno che si devono prendere sul serio determinate istanze…
“Sì, lo sanno anche loro. Resistono, ma l’Italia ha il merito di aver aperto una fase di negoziazione. Senza pretendere che tutto possa cambiare immediatamente, perché stiamo parlando di posizioni radicate nel tempo che risalgono alla creazione dell’Unione monetaria e il cui cambiamento può provocare delle reazioni negative sui mercati finanziari, il processo dev’essere graduale. Ci deve essere un generale consenso senza che gli investitori perdano fiducia sull’Europa. Tornando alla domanda iniziale, i dati sulla produzione industriale possono anche essere funzionali al cambiamento della percezione generale”.
Può spiegare?
“Se i tedeschi e i rigoristi inizieranno a vedere che la ripresa economica non è affatto partita con lo slancio che qualcuno aveva inizialmente immaginato, i dati negativi potranno gettare le basi per un cambiamento di orientamento nelle politiche economiche europee”.
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Secondo qualche economista in Italia a fine anno mancheranno all’appello dai 20 ai 10 miliardi che potrebbero rendere necessaria una manovra correttiva esclusa dal governo. I margini di flessibilità del Patto di Stabilità che Renzi sta invocando in Europa saranno sufficienti per provocare un’inversione di tendenza nella crescita e neutralizzare i rischi di una manovra autunnale?
“Sì. Oltretutto non si tratta di modificare i trattati esistenti, ma soltanto di interpretare in maniera diversa quanto fatto fino ad ora. Mi riferisco, in particolare, alla Golden Rule, intesa come la possibilità di effettuare spesa per investimenti in conto capitale”.
La flessibilità invocata riuscirà a impattare sulla congiuntura economica riportando l’Europa su un sentiero di crescita più solido?
“Se assumesse le proporzioni che sono state anticipate dal governo, direi di sì. Se stessimo parlando di qualche centinaia di miliardi su scala europea è chiaro che un programma di investimenti di questo importo contribuirebbe a invertire il trend di contrazione della domanda che si è prolungato per troppo tempo”.
Come sta succedendo in America, anche grazie a una Bce che dovrebbe agire più in stile Federal Reserve…
“Non sono d’accordo, anche perché si fa presto a confrontare i tassi di crescita americani con quelli europei e ad affermare che gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi. Negli States c’è stato un effetto illusorio. L’economia americana è cresciuta, ma perché drogata da una politica monetaria e da un sistema finanziario che ci hanno portato alla crisi del 2007″.
Però, al mese, il team Casa Bianca-Fed è riuscito a far ripartire l’occupazione, creando in media 200 mila posti di lavoro al mese…
“Bisogna analizzare nel dettaglio di che tipo di occupazione si tratta. Sappiamo bene che si tratta di lavoro fortemente precarizzato. Prima di dare un giudizio definitivo bisogna osservare le dinamiche del reddito disponibile delle famiglie. Non mi sembra che in America ci sia una crescita strutturalmente sana, alimentata da un aumento della domanda interna e degli investimenti. E’ soltanto ripartito l’indebitamente federale e l’export grazie a un dollaro debole. Non riesco a rammaricarmi dunque del fatto che la Bce non abbia ancora agito in stile Fed“.
Le misure varate un mese fa da Mario Draghi però sono positive…
“Sì, sta facendo di più, ma operando in maniera diversa da come opera in realtà la Fed. I tassi negativi sull’interbancario e la finalizzazione dei prestiti delle Ltro (aste di liquidità, ndr) alle banche per gli impieghi produttivi delle imprese sono dei principi sacrosanti, del tutto assenti nell’azione della Fed. Mi dispiacerebbe in futuro vedere che l’Eurotower fosse costretto a fare ciò che ancora oggi è costretto a promettere, come una spinta sulle cartolarizzazioni o l’introduzione di forme di quantitative easing. Misure che non sono altro che palliativi controproducenti che possono creare azzardo morale da parte degli operatori finanziari. Le stesse condizioni che hanno portato allo scoppio del bubbone subprime del 2007″.
Quindi, approva la strada che il premier Matteo Renzi sta battendo in Europa, strada che è quella di innescare una crescita strutturale della domanda interna e che cerca anche di cambiare la mentalità dei partner Ue?
“Certo, sia dal punto di vista delle politiche fiscali sia dal punto di vista delle politiche monetarie. Si tratta solo di spingere sulle leve giuste. La direzione è corretta”.
Il risultato, però, dipenderà da quanto i tedeschi recederanno dalle proprie posizioni…
“Sì, atteggiamento che in seconda battuta dipenderà dall’andamento dell’economia tedesca. Quanto più Berlino inizierà a soffrire tanto più sarà aperta a posizioni alternative pronte ad innescare la crescita”.
Una sponda già pronta per l’Italia, stando al dato sulla produzione industriale tedesca di maggio, scesa dell’1,8% rispetto al mese precedente…
“Sì. Un’altra sponda che il nostro Paese ha è quella politica: il crescere dei nazionalismi in funzione anti-europea costringe la Merkel a dare delle risposte al crescente scetticismo nei confronti della moneta unica. Infine, Renzi sa che non basta che tutti i Paesi facciano le riforme, i propri compiti a casa. Serve anche un cambiamento della mentalità della politica in sede europea”.
