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Pimco, Goldman, Confindustria… Fronte contro il mini-bazooka Ue

Le misure varate dall’Eurogruppo bastano solo per l’emergenza

Pimco, Goldman, Confindustria… Fronte contro il mini-bazooka Ue
Eurogruppo
Che la crisi da coronavirus sia di una magnitudo ben superiore a quella, pur devastante, del 2008-2009 è ormai noto, che la soluzione per non far crashare l’economia mondiale passi da risoluti interventi pubblici altrettanto, ma forse non tutti i politici l’hanno capito. Quando a scrivere che il rischio di una divisione sempre più marcata tra Nord e Sud Europa evidenzia…

Che la crisi da coronavirus sia di una magnitudo ben superiore a quella, pur devastante, del 2008-2009 è ormai noto, che la soluzione per non far crashare l’economia mondiale passi da risoluti interventi pubblici altrettanto, ma forse non tutti i politici l’hanno capito. Quando a scrivere che il rischio di una divisione sempre più marcata tra Nord e Sud Europa evidenzia “l’importanza di un meccanismo di condivisione del rischio a livello di area che consenta ai paesi dell’Europa meridionale di fornire un sostegno fiscale sufficiente alle proprie economie durante la crisi da coronavirus” non è Giuseppe Conte, premier di un paese sempre più in affanno come l’Italia, ma una banca d’affari come Goldman Sachs, più di un campanello d’allarme inizia a suonare.

 

Ma se a scrivere che le nuove misure annunciate la scorsa settimana dall’Eurogruppo “hanno deluso ancora una volta” sono gli esperti di un bondholder del peso di Pimco (oltre 1.900 miliardi di dollari di asset gestiti attivamente, investiti in strumenti a reddito fisso), qualcuno dovrà iniziare a prestare attenzione, anche ad Amsterdam e a Berlino. “A prima vista – spiega Nicola Mai, responsabile della ricerca sul credito sovrano in Europa di Pimco – il pacchetto di 540 miliardi di euro annunciato dai ministri delle finanze dell’area euro sembra promettente”. Ma i dettagli resi noti finora “suggeriscono che è insufficiente e lascia l’onere della gestione della crisi nelle mani dei governi nazionali e della Banca centrale europea”.

 

Ora: la Bce “ha il potere di stabilizzare la regione per un certo periodo”, nota Mi, ma la continua mancanza di coordinamento politico “significa che l’area euro rimarrà fragile” e benché la recessione dovrebbe essere breve temporalmente, forse fino a metà anno, il danno “sarà profondo: la produzione potrebbe non tornare ai livelli pre-crisi fino al 2022”. Per questo servirebbero ben altre misure, almeno sotto quattro profili: anzitutto la scala resta insufficiente e le misure “sembrano ridotte rispetto all’entità della crisi”. Qualcuno, forse, non si rende conto o non vuol rendersi conto del rischio che Italia e Spagna in primis, ma anche Francia e via via altri paesi europei stanno sempre più correndo col passare delle settimane.

 

In secondo luogo le misure annunciate “significano più debito per i paesi che ne faranno uso. Sia gli strumenti del Mes sia quelli della Commissione Europea – osserva Mai – sono strumenti di finanziamento, non di trasferimento, e si sommeranno ai livelli di deficit e debito dei paesi” che ne faranno uso (tanto che per l’Italia già si ipotizza un livello di debito/Pil tra il 160% e il 180% a fine anno, ndr). Ciò comporta anche un rischio di “stigma” per i paesi che vi accedono, cosa che potrebbe comportare in futuro oneri crescenti sul debito; infine anche Pimco sottolinea il problema della mancanza di mutualizzazione.

 

“Il recente lancio del programma di acquisto per contrastare i rischi della pandemia da 750 miliardi di euro della Bce in aggiunta al suo precedente impegno di 120 miliardi di acquisti di attività significa che la Bce può continuare a guadagnare tempo per i paesi sovrani” sottolineano gli uomini di Pimco. Tuttavia “i funzionari dell’area euro devono fare di più: non ci siamo ancora”, proprio come prova da giorni a fare capire il premier italiano Giuseppe Conte, cercando l’appoggio (apparso a tratti incerto) in primis di Emmanuel Macron e di Pedro Sanchez per vincere le ultime resistenze di Angela Merkel e Mark Rutte.

 

Un’altra voce autorevole che ritiene le misure finora annunciate ancora insufficienti, oltre a quella di Goldman Sache e Pimco, è poi quella del Centro studi di Confindustria. “Lo sforzo europeo, rivolto a preservare posti di lavoro, è una strategia efficiente in questa fase transitoria di sospensione forzata delle attività lavorative”, concedono gli esperti, che però aggiungono: “in uscita da questa crisi economica, vi saranno inevitabilmente ristrutturazioni che coinvolgeranno aziende e interi settori”. In vista di questa seconda fase, è quindi necessario fin da ora “un ripensamento più ampio del sistema di welfare europeo, volto a rafforzare le competenze dei lavoratori e a favorirne la mobilità”.

 

Il Centro studi di Confindustria paragona le decisioni europee con quelle statunitensi: nel vecchio continente, nota, il Sure fornirà prestiti fino a 100 miliardi a condizioni agevolate agli stati membri che approvino misure a sostegno dell’occupazione, mentre negli Usa è stato varato il Cares Act, un pacchetto di 2.300 miliardi di dollari (l’11% del Pil americano) di cui oltre 250 miliardi volti a estendere durata, generosità e platea del sistema di assicurazione contro la disoccupazione, sul presupposto che la disoccupazione stessa è destinata inevitabilmente ad aumentare.

 

Del resto nelle scorse tre settimane sono stati 16,8 milioni gli americani che hanno chiesto il sussidio di disoccupazione, cosa mai capitata prima, e l’Economic Policy Institute teme che i disoccupati possano superare i 20 milioni nonostante le misure già varate, per cui chiede a Trump di  irrobustire ulteriormente le misure straordinarie a sostegno di imprese e lavoratori. E se persino gli Usa tremano, l’Italia e l’Europa tutta non possono sperare di uscire dalla crisi con mezze misure adottate tentando di salvaguardare in qualche modo un “rigore fiscale” che secondo tutti gli investitori al mondo con questa crisi non può che diventare un ricordo del tempo che fu.

 

Di questo la politica europea sta fin troppo gradualmente, ma inevitabilmente, iniziando a rendersi conto, tanto che persino il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, in un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt è andato all’attacco, chiedendo ai paesi membri della Ue di “finanziare un fondo per la ripresa fino a 1.500 miliardi di euro con bond garantiti dagli stati membri”. Una potenza di fuoco tripla rispetto a quella finora ipotizzata per la quale è difficile pensare, stante le differenze tra Nord e Sud evidenziate anche da Goldman Sachs, che ogni paese membro possa fare da se. Conte lo ha capito, lo capiranno anche gli altri capi di stato e di governo, a partire dalla Francia? Dalla risposta a questa domanda potrebbe dipendere non tanto la sopravvivenza, quanto il rilancio dell’economia italiana e dunque il futuro del paese (e della Ue).