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Gli imprenditori scappano in Svizzera. Non con il bottino, ma con le loro aziende. L’effetto-Tremonti prima e la cura Monti dopo hanno spinto sempre più imprese a trasferirsi. Non solo banche e transfrontalieri: a varcare le Alpi sono sempre più spesso le Pmi, che spesso si portano dietro operai e know-how. Così a emigrare non sono solo le imprese: è il sistema-Italia.

Il fenomeno non è del tutto nuovo, ma sta cambiando (e si sta ampliando). Se fino a pochi anni fa a preferirsi in Svizzera erano soprattutto imprese medio-grandi e appartenenti a pochi settori (specie quello farmaceutico), oggi il Canton Ticino attira anche le “piccole”. Almeno 100 imprese l’anno, dal formaggiaio all’immobiliarista.  

La opportunità elvetiche svelano un paradosso tutto italiano. Se il nostro Paese non mette abbastanza in luce il made in Italy, gli altri Stati sono ancora convinti che “gli italiani lo fanno meglio”. E aspettano le imprese tricolore a braccia aperte. La parole chiave è fisco. La tassazione svizzera è intorno al 20%, mentre in Italia sfiora il 70%. Ma non solo. La differenza tra Italia e Svizzera evidenzia uno spread burocratico imbarazzante. Elasticità nelle relazioni sindacali, interesse degli investitori esteri, incentivi statali. E rapidità. Secondo Gianluca Marano, della Swiss Valor Advisory di Chiasso, società  specializzata nella consulenza per le aziende estere che vogliono approdare in Ticino, i tempi per aprire un’attività sono molto ridotti. In Italia, per fare partire un'attività e uno stabilimento ci vogliono mesi, in Ticino basta una settimana. Per creare una società un'ora, due giorni per l' iscrizione ai registri del commercio. Certo, il costo del lavoro è più alto, circa un quinto più pesante di quello italiano. Ma per le Pmi non sembra essere un grosso ostacolo.

E così gli italiani conquistano mercato (oltralpe). Nel corso del primo semestre del 2012 l’11,3% delle nuove imprese svizzere è stato avviato da cittadini tedeschi e il 4% da italiani. Nel 2010 le nuove imprese tricolore erano il 3,6% del totale.

Ma a trasferirsi non sono solo capannoni, capitali e imprenditori. Sono anche i lavoratori, spesso ex transfrontalieri che, dopo aver fatto due conti un tasca, hanno deciso di valicare stabilmente le Alpi. I numeri sono chiari: lo scorso anno si sono registrate 6 mila nuove iscrizioni all’anagrafe degli italiani residenti all’estero del Consolato italiano di Lugano. L’anno prima erano state appena 700. Così come sono sempre di più gli italiani che acquistano casa. Non più (solo) ville da mille e una notte, ma appartamenti comuni.

Per i nuovi frontalieri, quelli che per varcare il confine devono percorrere più di 20 chilometri, accasarsi in Svizzera conviene. Se i frontalieri “classici” pagano solo le imposte alla Svizzera, chi viene da più lontano deve dichiarare il reddito al fisco italiano, pagando le tasse in entrambi i Paesi. Se a questo si aggiunge il costo della benzina, il trasloco diventa un’ipotesi che non si possono permettere solo i super-ricchi in fuga dal fisco.

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