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Economia
PopBari/ Fusillo, Parnasi, Tandoi e Nitti: i prestiti che l'hanno messa ko

Non solo il castello di società dei Fusillo che in Popolare di Bari fra le varie Maiora, Fimco e Soiget, ha lasciato in banca un buco stimato in 140 milioni di euro. Ma anche Luca Parnasi, l’imprenditore indagato per aver foraggiato in modo illecito associazioni vicine alla Lega e al Partito democratico che come hanno rilevato gli ispettori di Banca d’Italia poteva godere, come la famiglia barese dei Fusillo, una certa "tolleranza" negli affidamenti da parte del Cda.

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E’ lunga, scrive La Verità, la lista di chi ha preso soldi a prestito dalla Banca Popolare di Bari a gestione Jacobini, gestione che già nel 2016, sempre come rilevavano gli esperti di Via Nazionale, aveva maturato in bilancio più di 888 milioni di euro di sofferenze.

Tra le situazioni più gravi segnalate nel 2016 c’era anche il gruppo Tandoi, dei fratelli Filippo e Alberto, verso cui la banca era esposta per 3,748 milioni, la maggior parte previsti in perdita per le difficoltà sopravvenute sul progetto del pastificio Cerere all’interno della filiera del grano Senatore Cappelli.

La crisi dell’edilizia ha toccato anche gli affidamenti della Popolare di Bari. Per il colosso Aedilia costruzioni, sempre nel 2016 gli ispettori di Bankitalia prevedevano un buco di 2,181 milioni di euro. Per le posizioni di incaglio invece venivano segnalate la Calatrava e la Gam Spa.

Fusillo a parte, poi, tra le cifre più alte affidate, segnala sempre La Verità, c’è la Sgr Immobiliare Impidue College con 27,425 milioni e 6,391 milioni di probabile inadempienza, il gruppo Nitti e la Dieresi costruzioni Srl che il liquidazione ha ottenuto 32,595 milioni contando in quel momento già oltre 21 milioni di euro in sofferenza.

Altre situazioni segnalate dagli ispettori di Banca d’Italia sono quelle della Isoldi Spa con la quale Tercas, inglobata da Bari, si era esposta per 30,571 milioni e Parco delle Stelle (11,2 milioni di buco).

Intanto, nella pancia della più grande banca del Mezzogiorno ora commissariata dalla Banca d'Italia e che verrà salvata dal governo, era finita in cinque conti correnti la gestione della liquidità dell’Agenzia Nazionale del farmaco (Aifa): 407 milioni su un ttale di 427 che ora il governo ritirerà perché lo stesso governo Conte uno all’inizio di quest’anno aveva stabilito che Aifa entrasse nella gestione della Tesoreria unica e quindi in una contabilità speciale.

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