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Economia
Popolari / Partito "incendiario e fiero", Renzi sta studiando da "pompiere"?

di Andrea Deugeni
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@andreadeugeni

L'ennesimo compromesso, in cui questa volta è toccato a Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, papabile come candidato tecnico da presentare ai mercati per l'imminente elezione del presidente della Repubblica, a condurre a più miti consigli l'incendiario Matteo Renzi. Rispetto alle attese della vigilia, il rottamatore ha dovuto fare una parziale marcia indietro sulla riforma delle Popolari e sottostare così alla più antica e comune delle pratiche della politica. Anche perché, dietro l'angolo, c'è la delicata partita del Quirinale, in cui l'ex sindaco di Firenze non può permettersi un'altra brutta figura dei Democrat. C'è bisogno di fare presto e di riuscire a costruire intorno a un candidato il più ampio consenso politico.

Il fatto: partito la scorsa settimana prendendo a ceffoni i "troppi banchieri" che danno invece troppo "poco credito alle famiglie e alle imprese", Renzi ha sbandierato che avrebbe rivoluzionato il mondo delle banche popolari, predisponendo anche così, attraverso l'abolizione del voto capitario, le condizioni per il matrimonio-salvataggio fra il Montepaschi di Siena (la banca amica del Pd bocciata dagli esami della Bce e costretta all'ennesima ricapitalizzazione) e la più forte delle Popolari. Ovvero Ubi Banca. Una riforma che, secondo i rumors della vigilia, avrebbe dovuto interessare anche il frammentato mondo delle banche di credito cooperativo.

Apriti cielo! Economia territoriale, in cui si annidano da decenni tutta una serie di privilegi e canali preferenziali di attivazione del credito, completamente stravolta da un blitz del rapido "Napoleone" Renzi (così lo ha chiamato il presidente della Popolare di Vicenza Gianni Zonin, paragonando la velocità del blitz del decreto, preferito al canale tradizionale dell'iter parlamentare, a quella delle campagne di guerra del generale francese) che, con qualche sparuta norma, avrebbe avviato in modo tranchant una riforma che si dibatte invece da circa 20 anni. Cambiamento da introdurre nella foresta pietrificata delle banche che la politica è sempre riuscita ad affossare perchè interessata alla referenzialità dei legami privilegiati sul territorio.

Così, nel weekend è partito il fuoco incrociato degli addetti ai lavori, ben spalleggiati dalle forze partitiche appartenenti a quasi tutto l'arco costituzionale (Pd escluso). Hanno cominciato le associazioni di categoria del credito che sono andate a bussare alla porta di BankItalia (interlocutore d'obbligo del Ministero dell'Economia quando si tratta di affrontare le tematiche bancarie), seguite dai sindacati dei bancari (che temevano una nuova ondata di esuberi post-fusione in un settore già preso di mira dai tagli). Nelle ultime 24 ore, hanno completato l'opera gli appelli accorati e il pressing della politica.

Risultato: Bcc e maggioranza delle Popolari (ben 60 su 70, un comparto che conta in tutto 1,34 milioni di soci e 450 miliardi di attivi totali) escluse dall'obbligatorietà dell'abolizione del voto capitario. Modalità che in passato, in base al principio "una testa (socio) un voto" indipendente dal numero delle azioni possedute, non ha permesso a chi più potrebbe teoricamente contare nel capitale di una banca popolare di far sentire la propria voce in assemblea.

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha dovuto commentare in maniera più realistica il provvedimento dopo che Renzi aveva avviato ancora baldanzoso e con toni entusiastici la conferenza stampa post-Cdm."La scelta quantitativa (delle 10 banche popolari con attivi superiori agli 8 miliardi di euro, ndr) concilia la necessità - ha affermato Padoan - di dare una scossa forte (al credito e all'economia, ndr) preservando però in alcuni casi una forma di governance che ha servito bene il Paese. Andranno valutati in futuro altri suggerimenti di modifica della governance. Dunque, gradualità ma indirizzo chiaro. Come sempre quando il Ministero si occupa di questioni bancarie, ascolta i consigli della Banca d'Italia. Anche questa volta c'è stata condivisione dei temi, poi le decisioni politiche sono responsabilità del governo".

Insomma, anche se continua a fare il guascone fiorentino, Renzi sta facendo i conti con la complessità della politica e del potere. La prossima sfida, immaginando già superata quella della legge elettorale, è il Quirinale. Partito "incendiario e fiero" (cit. Rino Gaetano) e dimenticati alcuni dei propositi rivoluzionari sbandierati durante la campagna elettorale per le primarie del Pd, il premier ora sta studiando da "pompiere"?

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