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Economia
Poste, risparmio gestito e logistica: il Covid completa la trasformazione

Che anno è stato il 2020 di Poste Italiane? Sicuramente a due facce. Da una parte ha avuto una contrazione dell’utile di poco superiore al 10% a quota 1,2 miliardi, con ricavi in calo del 4% a 10,5 miliardi. Dall’altro ha mostrato una volta di più quale debba essere la sua nuova vocazione: quella di centro d’eccellenza per la logistica e di istituto di credito. Lo dicono i numeri: lo scorso anno sono stati consegnati oltre 210 milioni di pacchi, ovvero il doppio di quanto fatto quattro anni prima.

Si tratta di un record, ma soprattutto si tratta di un chiaro avvertimento: il Coronavirus ha convinto forse per sempre le persone che molte cose è più semplice, più comodo, più sicuro e più vantaggioso acquistarle in rete invece che nei negozi fisici. E questo significa che se anche nel 2021 non avremo analoghi volumi – ma i lockdown a intermittenza continuano a farci pensare che non sarà poi molto diverso dall’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle – è stato tracciato un chiaro segno di discontinuità rispetto al passato.

Dunque, se prima le poste erano soprattutto un luogo quasi di aggregazione, in cui si andava per ritirare la pensione e pagare le bollette, oggi tutti questi servizi sono appannaggio di una minoranza sempre più ristretta. Gli anziani che vogliono ancora i contanti sono sempre di meno, convinti della poca sicurezza di questa azione. E le bollette? Quasi tutte le banche permettono di pagare i famosi Mav e Rav online e alcune lo fanno quasi gratis. Che senso ha recarsi in un ufficio postale?

Oltretutto, le restrizioni e il distanziamento hanno imposto di ridurre le presenze all’interno degli sportelli. E dunque andare in posta significa, sostanzialmente, attendere con file lunghissime. A meno che non si prenoti tramite app (ma è un servizio non ancora attivo per tutte le agenzie della rete).

In Poste, ovviamente, si sono accorti della necessità di cambio di modello di business. Tant’è che un mese fa circa è stato perfezionato l’acquisto del 51% della cinese Sengi Express Limited, società interamente posseduta da Cloud Seven Holding Limited con sede a Hong Kong ed attiva nella creazione e nella gestione di soluzioni logistiche cross-border per i merchant dell’e-commerce cinese attivi sul mercato italiano, con un fatturato pro-forma di circa 80 milioni di euro nel 2020.

Perché Poste ha deciso – prima volta nella sua storia – di entrare nel capitale di un’altra azienda, per lo più cinese? Per mettere un piede nello sterminato mercato di Pechino, che ha imparato a usare il digitale ben prima che fosse imposto dalle misure restrittive. Alibaba e il Tmall sono soltanto la punta dell’iceberg di un’alfabetizzazione tecnologica che in Italia è ancora lontanissima. Oltretutto, il Made in Italy farebbe molto gola alla classe media cinese che continua ad aumentare numericamente. Poste dunque è ormai un operatore internazionale di logistica, offre soluzioni per l’e-commerce, dà risposte agli operatori che vogliono vendere tramite internet. 

Dall’altra parte, a Poste non resta che premere ulteriormente sull’acceleratore del risparmio gestito. Che nell’orribile 2020 è ovviamente cresciuto con una raccolta netta per l’istituto di 572 milioni, con i minori deflussi dal 2012. Le attività finanziarie complessive hanno raggiunto 569 miliardi di euro a fine 2020 (in crescita di 32,5 miliardi rispetto a dicembre 2019), trainate da una raccolta netta di 17,8 miliardi e da un effetto positivo di mercato quantificato in 14,7 miliardi.

I depositi sono aumentati di 13 miliardi. Sicuri che il futuro di Poste possa essere ancora quello a cui eravamo abituati? O invece Matteo Del Fante e il top management dell’azienda stanno già studiando un futuro in cui il core business sarà assai diverso da quello del recente passato?

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