Sarà pur vero, come ricordano gli analisti di Morgan Stanley, che la debolezza della domanda aggregata e la nuova politica di Pechino a favore di una crescita minore (ma di maggior qualità), che porta gli esperti a ridurre le proprie stime sulla crescita del Pil cinese al 7,6% sia quest’anno sia l’anno prossimo, contro precedenti attese di +8,2% e +7,9% rispettivamente) produrrà sofferenze di breve termine per lasciare spazio a nuovi guadagni a medio-lungo termine (visto che nel frattempo anche l’inflazione pare destinata a raffreddarsi, essendo ora vista a +2,6% quest’anno e +2% nel 2014, mentre in precedenza ci si attendeva +3,5% e +3,3%).
Ma intanto la frenata dei mercati azionari ed obbligazionari emergenti, che si somma alla brusca correzione del listino di Tokyo (ormai sceso del 18% abbondante dai massimi di circa un mese fa) e dei titoli di stato nipponici (il cui rendimento è risalito sopra l’1% nonostante il previsto piano della Bank of Japan per acquistare titoli sul mercato in dosi massicce quest’anno e il prossimo) sta rendendo sempre più prudenti gli investitori di tutto il mondo, non solo quelli abituati alla volatilità dei mercati asiatici, dell’Est Europa o dell’America Latina, ma anche di chi investe in ben più tranquilli T-bond, in questo caso perché i dati macroeconomici americani continuano ad essere leggermente migliori delle attese e vi è il rischio (per quanto remoto) che prima ancora che il quantitative easing giapponese sia a pieno regime la Federal Reserve inizi a frenare il proprio programma di riacquisto di titoli (di stato e di mutui cartolarizzati) rispetto ai ritmi seguiti finora (85 miliardi di dollari di acquisti al mese).
Tutto sommato niente di sconvolgente, ci ricordano gli strategisti di mezzo mondo, notando come il passaggio di consegne avvenga in un periodo, l’estate, di per sé storicamente volatile, tanto più su mercati come quelli europei (ed italiano in particolare) caratterizzati da un calo stagionale dei volumi di scambio. Ma tant’è, così in molti si sono già messi alla ricerca di nuovi lidi sui cui fare rotta per sfuggire alla “tempesta perfetta” che rischia di imperversare sui mercati del Pacifico (e forse non solo loro) per le prossime settimane. A sorpresa, ma non troppo, alcuni intermediari hanno iniziato a consigliare aziende esposte sui cosiddetti “mercati di frontiera”, ossia mercati legati a economie ancora di piccole dimensioni, che ancora devono raggiungere quei requisiti minimi di trasparenza e liquidità da poter essere definiti mercati “emergenti”, la cui capitalizzazione complessiva è pari a solo lo 0,5% dell’indice Msci World (mentre i “mercati emergenti” pesano per l’11,7% e i mercati sviluppati per il restante 87,8%).
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La prossima frontiera sembra essere, in particolare, l’Africa sub-sahariana, a partire dalla Nigeria, e non solo il Sud Africa (da tempo a tutti gli effetti paese “emergente”) o i paesi della sponda mediterranea come accaduto finora. Nel complesso, i mercati di frontiera rappresentano al momento il 13,4% della popolazione mondiale ma solo il 4,9% del Pil, ma le previsioni del Fondo monetario internazionale indicano che, in termini reali, sono destinati a crescere del 4,2% all’anno nei prossimi 5 anni, pari ad un tasso doppio di quello medio dei mercati sviluppati (e probabilmente quadruplo o più di quello italiano). Ma come poter approfittare di questa migrazione degli investitori? Scorrendo gli ultimi report del Credit Suisse, ad esempio, emergono alcuni nomi su cui vale la pena di puntare.
Quattro, in particolare, sembrano i titoli più interessanti: Emirates Telecom, uno degli operatori telefonici mobili dominanti sui mercati dell’Africa sub-sahariana grazie a una molteplicità di controllate locali, Naspers, la cui divisione “pay tv” dovrebbe beneficiare della crescita del reddito disponibile nella regione, il produttore di birra SabMiller, che può sfruttare il già buon radicamento nella regione (da cui deriva il 10% delle vendite del gruppo, escludendo il Sud Africa) e un portafoglio di marchi già affermati, e infine Standard Bank, che può sfruttare la graduale crescita della domanda di servizi finanziari più avanzati. Questi quattro titoli offrono tutti valutazioni interessanti e una consistente esposizione ai mercati africani, mentre altri sei (Aspen Pharmacare, Millicom,Mtb, Olam, Shoprite e African Minerals) sembrano essere ancora troppo cari o avere un’esposizione destinata a crescere solo a medio termine, ma secondo gli esperti svizzeri vanno comunque tenuti d’occhio.
Altre alternative per investire direttamente non ve ne sono, almeno al momento anche se i mercati azionari della Nigeria, del Kenya, del Ghana e il Brvm (un circuito che unisce i listini della Costa d’Avorio, del Benin, del Burkina Faso, del Mali, del Niger, del Senegal, di Togo e della Guinea-Bissau) già ora forniscono un minimo di liquidità e potrebbero dunque offrire qualche occasione per gli investitori più “coraggiosi” in un prossimo futuro. Per tutti gli altri il consiglio è quello, semmai, di investire in fondi azionari (e obbligazionari) diversificati che offrano un’esposizione ai mercati di frontiera, così da poter godere della crescita elevata e dei premi per il rischio ridotti che ci si attende per i prossimi anni.
Luca Spoldi
