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Economia
Quelle 20 acquisizioni in trent'anni. Così la PopBari è finita nel baratro

Banca popolare di Bari: le autorità di vigilanza assicurano di aver attivato “procedure corrette e tempestive”, ma in molti si chiedono dove fossero negli anni precedenti l’esplodere di una crisi nota da almeno tre anni, ossia da quando l’istituto, arrivato a superare i 350 sportelli e con 3.200 dipendenti e quasi 70 mila soci, considerato una delle “scolarette predilette del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan” (come scrisse Mario Seminerio sul blog Phastidio) aveva iniziato a tagliare in bilancio il valore delle proprie azioni di un 20% rispetto all’anno precedente. Titoli su cui la stampa italiana aveva acceso i fari per alcune transazioni quantomeno curiose come tempistica (avvennero poco prima della svalutazione dei titoli stessi) e ammontare (due milioni di azioni comprate dal gruppo assicurativo Aviva, che poche settimane prima aveva siglato un accordo di bancassurance con la banca pugliese).

Banca Popolare di Bari è alla Fiera Internazionale dell’agricoltura di Foggia
 

Le autorità non alzarono all’epoca neppure un sopracciglio, come forse avrebbero dovuto, ma il problema vero era nato molto prima. La banca controllata dalla famiglia Jacobini fin dalla sua fondazione, nel 1960, è cresciuta in questo mezzo secolo a colpi di acquisizioni, accolte con favore quando non caldeggiate delle autorità italiane.

Tra queste, solo per citare le principali, la Banca agraria commerciale cooperativa di Deliceto (nel 1989), la Banca popolare di Torremaggiore, la Cassa rurale e artigiana di Castelluccio dei Sauri e la Cassa rurale di Avigliano e Filiano (nel 1993), la Bcc di Lesina e la Banca popolare meridionale di Grottaminarda, la Bcc di Valle del Calore e la Bcc di Teora Alto Ofanto (nel 1997), la Bcc di Baianese e la Bcc di Avellana (nel 2000), per poi passare a Borsaconsult Sim (nel 2001), alla Banca popolare della penisola sorrentina e alla Banca popolare di Calabria (nel 2003) a 50 sportelli della Banca mediterranea (nel 2004), a 43 sportelli di Intesa Sanpaolo (nel 2007) e a una manciata di sportelli di Banca Cr Firenze e di Cassa di risparmio di Orvieto (nel 2008), fino ad arrivare alle tristemente famose acquisizioni di Banca Tercas e di Caripe (nel 2014).

In tutto una ventina di acquisizioni che il “polo aggregante” barese ha potuto condurre con l’avallo di Via Nazionale. La quale non si sarebbe dunque mai accorta che si andava costruendo un gruppo che raggruppando operatori marginali, o pezzi di rete che altri operatori cedevano perché non sufficientemente redditizi, stava via via vedendo aumentare la rischiosità dei propri attivi e ciò nonostante continuava a valutare a prezzi sempre più alti i propri titoli, sino al momento in cui ha dovuto prendere atto dell’amara verità.  Rischio d’impresa, si dirà: in realtà l’istituto barese interveniva sulla base dell’antica leggenda secondo cui occorre salvare le radici “territoriali” di una banca evitando che finisca in mani “nemiche”. 

Che questo significhi correre “in soccorso” di società in amministrazione straordinaria (come fu per Borsaconsult Sim, Caripe e Tercas) poco importa, anzi diventa un vanto perché rappresenta la prova che gli interventi “di sistema” funzionano. Il fatto che Banca popolare di Bari sia a sua volta finita commissariata, sfiancatasi sotto il peso di crediti di difficile o dubbia esigibilità accumulati in misura eccezionalmente elevata rispetto alla media del sistema italiano dovrebbe dimostrare che simili interventi sono forieri di problemi forse superiori a quelli che, in apparenza, risolvono. E che rappresentano un modo in cui le autorità di vigilanza tirano un calcio al barattolo, accettando il rischio che a pagare il conto alla fine sia sempre Pantalone, ossia i contribuenti italiani tutti. 

Con l’unica vera scusante che in un sistema ancora così pesantemente bancocentrico come in Italia, ogni altra alternativa rischiava di essere ancora più deleteria per il tessuto economico locale, vuoi al Nord come al Centro o al Sud Italia. Sostenere però che i vigilanti hanno fatto puntualmente il loro mestiere e la colpa sia sola di alcuni vigilati, o dei limiti ai poteri ispettivi concessi ai vigilanti, appare come minimo una risposta parziale che non vuole vedere ciò che realmente è successo: che le autorità sapevano benissimo i rischi che si stavano correndo favorendo certe operazioni, ma non se la sono sentite di lasciare che il mercato facesse il suo mestiere, temendone i costi sociali ed economici.

Luca Spoldi

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