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Renzi, Camusso ad Affaritaliani: chieda gli eurobond alla Germania

Renzi, Camusso ad Affaritaliani: chieda gli eurobond alla Germania
susanna camusso
La proposta più convincente per rilanciare la crescita in Europa, mentre anche la Germania accusa una calo della produzione industriale? La fa Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, intervistata da Affaritaliani.it: “Il nostro Paese non può continuare a insistere sul tema della flessibilità, perché rischia di ricevere la perenne risposta che forme di flessibilità sono già previste nei trattati. Si rimane intrappolati in un circolo vizioso. La strada per crescere è quella della mutualizzazione dei debiti“. Poi la politica economica, il lavoro e il caso Alitalia

di Andrea Deugeni

twitter@andreadeugeni

La strategia dell’Italia in Europa? Continuare a rimanere sul tema della flessibilità rischia di ricevere la perenne risposta che forme di flessibilità sono già previste nei trattati e si rimane intrappolati in un circolo vizioso. La strada per crescere è quella della mutualizzazione dei debiti“. Lo spiega ad Affaritaliani.it Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, intervistata sui temi della crescita a margine della Festa Nazionale di Sel a Milano, mentre tutti gli uffici studi stanno rivedendo al ribasso le stime sul Pil 2014 che costringerà il governo a mettere mano al Def. Per rilanciare la domanda interna, la Camusso chiede di “finanziare i contratti di solidarietà espansivi, cambiare la legge Fornero e rimettere in moto gli investimenti delle grandi partecipate statali (come Eni ed Enel, ndr) che non peserebbero sul bilancio pubblico se non in termini, per esempio, di minori dividendi”. E sul caso Alitalia, alla Uil dice: “Le scelte corporative sono sempre sbagliate“.
 

L’INTERVISTA 

Molte promesse e tanti cantieri aperti sulle riforme da parte del governo Renzi, ma l’economia italiana è ancora orfana della crescita. E’ ferma. Visti i numeri negativi della disoccupazione, delle ore di cassa integrazionein aumento, del debito e di altri indicatori, noi di Affaritaliani.it abbiamo lanciato l’hastag #renzicomeunacyclette. Come giudica l’operato dell’esecutivo sulla politica economica fino ad ora?
“Credo che il governo abbia fatto anche alcune scelte utili come la restituzione fiscale degli 80 euro al lavoro dipendente. Scelta, però, che alla fine si è rivelata deludente”.

Perché?
“Perche senza iniziative concrete sul fronte degli investimenti che possano creare e difendere i posti di lavoro, queste scelte non determinano un cambiamento concreto sul fronte della politica economica. Cambiamento di cui il Paese ha bisogno. C’è un’emergenza, un’addensarsi di una situazione molto critica sul piano delle prospetttive industriali e delle scelte che i grandi gruppi italiani stanno portando avanti. Situazione che richiede delle politiche per il lavoro che non siano il trito e ritrito dibattito sulle regole ma che siano, ad esempio, delle risposte a come si finanziano i contratti di solidarietà espansivi e quindi si aumenta l’occupazione, a come si cambia la legge Fornero che oggi è un impedimento all’ingresso dei giovani in fabbrica e che è di per sé un elemento di riduzione della capacità creativa e innovativa nel mondo del oppure, ancora, a come si affrontano alcuni temi del Paese attraverso la creazione del lavoro. Penso, ad esempio, alla manutenzione del territorio, tema su cui in questi giorni sarebbe facile ironizzare e alla discussione in corso sui beni culturali”.

Può spiegare?
“Quest’ultimo è un settore che viene affrontato solamente in ottica di poteri o di risparmi da realizzare, mentre potrebbe essere un volano di creazione di occupazione per i giovani. Bisogna cercare le risorse finanziarie per azionare queste leve”.

Ma…
“Nel cercare le risorse, si va giocoforza a rompere qualche equilibrio. Non si può pensare che la crisi ci ha reso tutti uguali. Al contrario, ci ha reso più diseguali. Se si vuole dare una prospettiva al Paese bisogna agire sul versante del lavoro”.

Nelle ultime settimane, tutti i centri studi hanno fornito una stima sul Pil del 2014 che inferiore all’0,8% preventivato da Renzi. Per il Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, manca all’appello uno 0,5% e anche il presidente del Consiglio ha riconosciuto che in autunno bisognerà mettere mano al Def. Basteranno queste leve che lei ha citato per far tornare il Paese su un sentiero di crescita più sostenuta e ridurre, ad esempio, la disoccupazione dal 12,6% di aprile verso un più sostenibile 8% e portare il rapporto debito-Pil verso il 100%?
“Il debito purtroppo continuerà ad aumentare se non ci sarà la crescita, che non è un fatto astratto. L’Italia tornerà a crescere soltanto se ci saranno dei posti di lavoro in più, se redistribuirà il reddito e se ridurrà il tasso di disoccupazione. Anche se in una prima fase questo vuol dire fare più debito”.

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Deficit spending?
“Meglio debito in un primo momento che produce posti di lavoro e che produrrà poi delle entrate che non puro debito sulla recessione. Sono alcune leve che bisogna azionare, vicino alle quali sono anche necessarie politiche internazionali rispetto alle scelte che fanno in Italia i grandi gruppi multinazionali e politihe economiche che rimettano in moto gli investimenti delle aziende partecipate che non peserebbero sul bilancio pubblico se non in termini, per esempio, di minori dividendi. Ci sono, quindi, tante possibilità. Ci dev’essere, però, un denominatore comune: avere come ultimo fine la creazione di posti di lavoro”. 

La domanda interna si rilancia anche in sede europea. Il governo Renzi si sta muovendo bene? Il pressing sulla Cancelliera tedesca Angela Merkel è efficace e porterà a dei risultati concreti?
“Renzi ha posto un tema giusto come, prima di lui, lo aveva fatto anche il governo Letta”.

Quale?
“Che le regole e le modalità con cui si stanno interpretando le regole sono criteri che hanno effetti recessivi sui Paesi europei. E’ tempo di fare un salto di qualità in questa discussione”.

Perché?
“Continuare a rimanere sul tema della flessibilità rischia di ricevere la perenne risposta che forme di flessibilità sono già previste nei trattati europei e si rimane intrappolati in un circolo vizioso. Quindi, come sindacato, abbiamo proposto una strada, che anche altri stanno discutendo magari con ricette diverse, ma che è quella della mutualizzazione dei debiti”.

Torna il dibattito sugli eurobond
“Non si tratterebbe però di mutualizzazione dei debiti dei Paesi in difficoltà, ma di una mutualizzazione che permetta a tutti di avere dei margini di movimento. Margini che, ovviamente, possono avvantaggiare di più i Paesi che stanno meglio, ma che alla fine consentano all’Europa di uscire dalla logica delle due velocità”. 

E cioè?
“Margini chi tirano fuori l’Europa dalla condizione in cui i Paesi che stanno meglio continuano comunque ad agire e a crescere mentre quelli che stanno in coda rimangono intrappolati in quella condizione”. 
 
Cambiamo argomento. Non è stata ancora messa la parola fine sul caso Alitalia: è fiduciosa sulla vicenda?
“Spero che le banche, le Poste e gli azionisti risolvano i problemi che sono ancora aperti”.

E alla Uil, che vuole tronare al tavolo dopo il referendum, cosa dice?
“Che le scelte corporative sono sempre scelte sbagliate”.