Rete, vecchie élite in cerca d'autore - Affaritaliani.it

Economia

Rete, vecchie élite in cerca d'autore

Angelo Deiana*

Popolo ed élite tra sogni e paura del futuro

E’ un dibattito controverso quello del rapporto tra popolo e élite. Un confronto complesso in cui, alla fine, una sola cosa è certa: abbiamo affrontato 10 anni di crisi epocale di cui stiamo ancora vivendo le ferite profonde. Un sistema per troppi anni instabile che ha compreso tardi che stava arrivando qualcosa di esplosivo: un mondo nuovo fatto di interdipendenza e velocità in Rete. Non più la somma di semplici persone di un database, ma l’embrione incontrollabile di una nuova coscienza collettiva. Le élite, o almeno una loro parte consistente, lo chiamano populismo, ma è qualcosa di profondamente diverso. Uno spettro si aggira per la Rete? Non dobbiamo sottovalutare il fenomeno.

L’evoluzione dei modelli culturali generata dalle nuove tecnologie ha creato significati e mercati nuovi in grado di modificare i processi individuali e collettivi, come hanno già fatto la stampa e la rivoluzione industriale. Un’unica conseguenza: la crisi dei soggetti tradizionali della politica, dell’economia, della stessa globalizzazione (pensiamo alla Trade War tra USA e Cina). Crisi che ha portato, come sempre accade, al loro rifiuto del nuovo. Il rifiuto di un mondo diverso perché fatto di una Rete con finali aperti e senza certezze precostituite. Un impatto imprevedibile per le attuale élite che hanno sempre vissuto di un potere generato da asimmetrie tra popolo e gli oligopoli di turno (gli intellettuali, le classi dirigenti, le dittature, i gruppi di potere).

Un sistema dove la conoscenza libera in Rete sta invece generando una delle più grandi sconfitte che la Storia abbia mai conosciuto: quella dei destini ineluttabili di ciascuno di noi. Un’inversione epocale rispetto a quello vissuto finora, in cui perfino gli ascensori sociali erano comunque quelli preordinati dal sistema vincente “pro-tempore”: dal Piano Marshall agli anni ‘60, dalla caduta del Muro di Berlino alla Clinton-mania, dall’espansione strategica di Bush jr alla crisi del 2008. Un sistema vincente perché statico e controllabile preventivamente.

Un destino comunque ineluttabile, senza se e senza ma. Poi è arrivata la crisi e, con la crisi, l’inatteso, lo sviluppo imprevedibile. Perché quello della Rete e dei social network è un mondo diverso, incontrollabile, fatto di contraddizioni e di sconfitte, di vittorie e di eterogenesi dei fini, dove però emerge una novità straordinaria: è un mondo dove Davide ha molte più probabilità di battere Golia rispetto al passato, purché abbia volontà, capacità e visione di lungo periodo.

Visione di lungo periodo. Ecco il vero problema: perché politica e aziende tendono, quasi sempre, a scegliere il rapporto “più a buon mercato” tra costi e benefici in termini di tempo. E se la prospettiva di breve è maggioritaria nel corpo elettorale o negli azionisti, lo è anche nella testa dei politici, dei manager e dei mercati finanziari. È anche per questo che la politica e il management sono in crisi: non possono occupare la propria agenda con temi che portano risultati su orizzonti fatti di elezioni future che nessuno è mai sicuro di vincere. La conclusione è una sola: i mercati e la politica soffrono di una miopia che non legge problemi strategici come la stabilizzazione climatica, le energie rinnovabili e la lotta all’indigenza perché si collocano in un futuro troppo lontano.

Oltretutto legiferare su tali questioni non è semplice, perché bisogna toccare grandi interessi e rendite di posizione. Un compito da statisti. Non ce ne sono tanti in giro. D’altra parte, i tempi accelerano, i confini e i poteri degli Sati sfumano, alcune imprese diventano hardware, veri e propri Stati paralleli (Microsoft, Amazon, Apple, le grandi banche). Oppure si dematerializzano trasformandosi in software inafferrabili (Uber o AirBnB). In questo nuovo multiverso, siamo sempre profondamente combattuti tra l’esigenza personale di essere sempre più progettuali e visibili a livello individuale (gli “eroi” di Instagram), e la necessità di sviluppare costantemente meccanismi di condivisione (gli “staffettisti” dell’Open Source e del codice aperto). Ma lo stesso “schizofrenico” problema si ripropone in quel processo collettivo che chiamiamo governare. La divaricazione nasce dal divorzio sempre più evidente tra potere (la facoltà di porre in atto un progetto) e politica (la capacità di decidere che cosa fare o non fare).

A causa dei processi generati da interdipendenza e globalizzazione, queste due facoltà, congiunte per alcuni secoli nello Stato-Nazione, hanno oggi due sedi diverse: lo spazio dei luoghi locali (la politica degli Stati) e quello dei flussi globali (il potere della Rete). Una rivoluzione senza precedenti: il potere dei flussi e del fare rete (dati, finanza, energia, eccetera), è migrato dallo Stato-Nazione a uno spazio sopranazionale, visibile certo ma quasi sempre incontrollabile. Perché è lo spazio della Rete e non più quello della politica, ormai relegata nei confini angusti dei suoi sistemi di distribuzione territoriale. Un problema terribile: avere il consenso e non poterlo esercitare, se non in ambiti limitati.

Vale per Salvini e Di Maio come per Macron e la May. Un po’ meno per i leader delle grandi potenze nucleari: Trump, Putin e Xi Jimping. Perché la loro piattaforma, più grande e più “armata”, rimane comunque forte. E in grado di imporre (ogni tanto non democraticamente) le proprie condizioni. Ecco la differenza tra potere, mercati, reti e politica che si incarna nell’attuale lotta tra élite e popoli. Una divaricazione che lascia spazio a quelli che le attuali élite chiamano sovranismi ma che, in realtà, sono solo l’onda lunga degli Stati-Nazione che provano a ridiventare attrattivi rispetto a chi non crede più nella loro capacità d’azione. Due sistemi che girano a velocità diverse e sembrano inconciliabili.

Fin qui l’analisi. Ma la domanda successiva è: abbiamo un’alternativa? Una sola, verrebbe da dire. Se le élite (nuove o rigenerate) vogliono continuare ad essere autorevoli, dovranno soddisfare le crescenti aspettative di trasparenza ed efficacia delle persone connesse in Rete. Le strutture chiuse devono lasciare il posto a processi fondati sul valore della semplicità e della condivisione delle conoscenze. Un “passaggio” pericoloso per le élite stesse, ma anche il possibile punto di equilibrio tra potere e politica in Rete. Non sarà comunque facile. I Governi e le burocrazie (dalla PA alle medio-grandi imprese) sono figlie di culture organizzative che raramente perseguono l’innovazione, ancor meno se proviene dall’esterno.

Circoli chiusi, enclave ristrette che si comportano come le famiglie reali del passato, consunte e indebolite nel tempo dal fatto che si accoppiavano sempre fra di loro. Per analogia, questo è il peccato più grave del mondo politico attuale: ignorare l’offerta molto più ricca che proviene dalla società e dal mondo attraverso la Rete. Un’offerta di rinnovamento fortissima perché somma sinergicamente la conoscenza e le emozioni delle persone connesse in Rete. E perché si espande come l’acqua e bypassa qualsiasi barriera, a costo di spianarla come uno tsunami. Una risorsa importante e un pericolo da non sottovalutare.

Un movimento nuovo, la storia di masse che si coordinano, di dilettanti che armati solo della voce della Rete riescono a radunare (le primavere arabe? I Gilet gialli?) forze collettive impressionanti. Giuste o sbagliate che siano. Bisognerebbe rileggere “Masse e Potere” di Elias Canetti: parole che diventano valanghe e seppelliscono reputazioni. In Rete il confine tra informazione, disinformazione e azione politica si assottiglia.

E, come dice Canetti, al cospetto di questa nuova massa (la Rete), il potere delle élite diventa sempre più fuggevole. Impaurito, si rifugia in alcune nicchie che lo vedono sempre vincente (la finanza o i forum tipo Davos?) perché non vuole perdere i suoi attuali privilegi messi in dubbio da questo sistema nuovo. Ecco il vero problema. Oggi, la reputazione di ciascuno di noi in Rete non coincide più con l’autorità perché l’autorità è imposta, mentre l’autorevolezza (anche se “fantasiosa”: pensate agli influencer) è una scelta personale rispetto a come valutiamo le nostre connessioni.

Una transizione storica: nel momento in cui ci costringono ad essere sempre attivi e visibili scegliendo i “mercati” (le piattaforme) sui quali apparire, i social ci allenano ad un format nuovo: quello che ci fa aderire personalmente a processi decisionali collettivi mai sperimentati in passato. E’ lo “spettro che s’aggira” per la Rete, in maniera più o meno consapevole. Quale futuro allora? In ogni caso incerto per tutti perché, alle attuali asimmetrie compensate dal diffondersi della conoscenza in Rete, si affiancheranno presto altre asimmetrie e nuovi mercati.

Big Data, computer quantici, biotecnologie e nanotecnologie apriranno nuovi mercati (e nuove élite) che sostituiranno i mercati ormai finiti delle vecchie élite. Ecco perché bisogna chiedersi ora chi guida l’orizzonte evolutivo della conoscenza in Rete. E’ lì che dobbiamo cercare chi governerà in futuro il potere nelle reti globalizzate. In ogni caso, per capire quale sia l’orizzonte a cui tendere, è importante ricordare un tema strategico che riguarda tutti: siamo sempre bravi a fare ipotesi su quali riforme fare e su come farle. Ma dimentichiamo sempre di preoccuparci di una cosa semplice: la qualità delle persone che quelle riforme dovranno realizzare. In un mondo incerto come l’attuale, forse è lì che dobbiamo andare.

*Presidente Confassociazioni