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Economia

di Marco Onado
(da www.lavoce.info)

IL CASO STANDARD CHARTERED

Il dipartimento di Giustizia americano ha sferrato una battaglia contro le principali banche mondiali, accusate di vari e gravi reati. L’ultimo caso è quello di Standard Chartered: giovedì, ricevuto un avviso di comparizione dai giudici americani, ha dovuto ammettere di aver in precedenza mentito agli azionisti e al mercato sulle proprie responsabilità.

Il fatto merita di essere riassunto. Nella seconda metà dell’anno scorso, la grande banca britannica concorda con i giudici americani di pagare una sanzione di 667 milioni di dollari per aver concesso finanziamenti a paesi come Iran, Libia, Sudan e Mianmar, in violazione dell’embargo in vigore e della legge antiriciclaggio. Insomma di aver finanziato operazioni illecite dal punto di vista del diritto americano e internazionale. Una vecchia tentazione in cui cadono i banchieri, sempre disposti a seguire il principio che pecunia non olet e a lavarsi le mani pilatescamente della destinazione finale delle operazioni che pongono in essere. Come è bello fare i tecnici, soprattutto se si incassano pingui profitti.

Nonostante siano stati presi con il sorcio in bocca, gli alti dirigenti della banca vogliono però anche ristabilire prontamente la rispettabilità e così all’inizio di marzo rilasciano un comunicato ufficiale in cui smentiscono ogni intento doloso. Un errore (poco importa se durato sette anni e per quattro paesi) e, si sa, “gli errori possono accadere, ma sono errori di impiegati” (testuale nel comunicato). E come mai solo adesso? Ma perché marzo è stagione di bilanci e i sei dirigenti di vertice vogliono dimostrare di meritare gli oltre 4 milioni di sterline di bonus (in aggiunta al fisso, si capisce). Scaricando, secondo una tradizione millenaria, la colpa su qualche dipendente secondario infedele e un po’ tonto. Come cantava Jacques Brel: c’est trop facile.

A quel punto, infatti i pubblici ministeri americani non ci vedono più: emettono un ordine di comparizione per tre top manager, incluso il presidente, e ricordano che le sanzioni possono arrivare fino al ritiro della licenza bancaria negli Stati Uniti. Di qui l’atto di contrizione pubblico di giovedì: a nome dell’intera banca, i tre dichiarano di “riconoscere in modo inequivocabile e di accettare la responsabilità per precedenti e deliberate azioni criminali in violazione di leggi e regolamenti degli Stati Uniti e dello Stato di New York, come indicato nell’atto di accusa” (enfasi aggiunta).

NON C’È SOLO IL TOP MANAGEMENT

Come insegna Agatha Christie, individuati vittima, colpevole e arma del delitto, per concludere il giallo, bisogna anche risalire al movente. E, in termini economici, non è difficile individuarlo in un sistema di incentivi così squilibrato e distorto da essere alla base non solo di questo, ma di tutti gli altri fatti gravissimi, moltissimi dei quali di rilievo penale, che la crisi finanziaria ha messo a nudo. Tutto il sistema delle retribuzioni messo a punto dal sistema finanziario ha spinto ad avallare strategie di crescita a ogni costo, senza andare troppo per il sottile sulla liceità dell’affare sottostante (come nel caso di StanChart) o a collocare prodotti che potevano essere venduti solo perché il grado effettivo di rischio era gravemente sottostimato, quasi sempre per colpa, ma spesso anche per dolo.

E, si badi, le distorsioni non riguardavano solo il top management (come spesso accade negli scandali che coinvolgono imprese non finanziarie, dove a quadri medi e medio-alti vanno solo le briciole) ma l’intero sistema. Nel caso StanChart, tutta la catena di comando era in qualche modo coinvolta. E guardando ad altri eccessi della finanza, è evidente che la grande bolla della securitisation non avrebbe potuto raggiungere gli eccessi che abbiamo scoperto se non fossero state riconosciute pingui commissioni anche a chi vendeva mutui subprime a chi non poteva permetterselo (centinaia di migliaia di casi di predatory lending solo negli Stati Uniti), a chi collocava titoli assolutamente opachi senza verificare con la dovuta diligenza i modelli di rischio sottostanti, a chi non si curava dei conflitti di interesse, a chi vendeva derivati il cui costo effettivo era accuratamente taciuto (la Fsa ha recentemente scoperto in un’indagine campionaria che il 90 per cento degli swap venduti a piccole e medie imprese britanniche non risponde ai canoni di correttezza e trasparenza).

Si badi che il fenomeno ha implicazioni economiche enormi, anche dal punto di vista macro. Gli studiosi che con onestà intellettuale si sono interrogati sui punti deboli della teoria dominante fino alla crisi finanziaria, hanno riportato alla ribalta non solo il pensiero di ricercatori fino ad allora considerati come vecchi brontoloni, tipo Hyman Minsky, ma hanno anche riconosciuto che non è vero che esiste un nesso univoco e lineare fra finanza e crescita economica, come fino ad allora ritenuto dai più, comprese le autorità di regolamentazione. Oltre un certo punto, la finanza genera esternalità negative e i suoi comportamenti sono tipicamente rent seeking. (1)

E alcuni (in particolare Stephen Cecchetti) hanno anche avanzato un’ipotesi interessante. Una parte non piccola del problema è da attribuire proprio alle remunerazioni distorte del sistema finanziario, che distolgono i migliori talenti a settori vitali per la crescita a lungo termine. Le menti più brillanti dell’università sognano più facilmente di gestire un hedge fund piuttosto che di affrontare il duro tirocinio della ricerca applicata. Un’ipotesi, ovviamente, ma che merita di essere attentamente studiata e che riprende una geniale intuizione di James Tobin di trent’anni fa.

La conseguenza fondamentale è che il tema delle remunerazioni all’interno del sistema finanziario presenta specificità del tutto particolari. Questo non solo richiede nelle analisi, anche empiriche, di separare quanto più è possibile la finanza dal resto del sistema produttivo, ma getta anche più di un’ombra di dubbio sulle risposte che legislatori e regolatori hanno dato finora. Per ovvi motivi, essi possono intervenire solo sulle retribuzioni del vertice delle banche, ma – come si è cercato di dimostrare – si tratta solo della punta emergente di un iceberg ben più grosso. E il resto? Quali meccanismi stiamo cercando di mettere in piedi per intervenire, cioè per evitare che la finanza vada oltre il punto in cui diventa nociva? Probabilmente, non bastano solo strumenti micro (tipicamente: la rituale invocazione di una migliore corporate governance) per ridisegnare incentivi e retribuzione dal vertice alla base, ma occorrono armi ben più efficaci: dal minor grado di leverage a interventi preventivi delle nuove autorità di regolazione macroprudenziale.

La morale. Le iniziative legislative che pongono limiti alla remunerazione del management bancario rispondono soprattutto all’esigenza dei politici di presentarsi ai propri elettori affermando di aver fatto la faccia feroce con i banchieri colpevoli di aver prima incassato pingui compensi e poi presentato ai contribuenti il conto del salvataggio più colossale della storia. Ma non ci vengano a dire di aver così riallineato gli incentivi nelle banche e aver trovato la soluzione magica per evitare futuri disastri finanziari. Vale sempre Brel: c’est trop facile de faire semblant.

(1) Nella vasta bibliografia recente, meritano di essere citati i contributi di Adair Turner, ora al vertice della Fsa britannica (The future of finance, London, LSE, 2010) e quelli di Cecchetti della Banca dei regolamenti internazionali (S.G. Cecchetti, E. Kharroubi, Reassessing the impact of finance on growth, BIS WP, January 2012).

 

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