Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Economia » Se un pomodoro costa un euro, la democrazia ha già perso. Collasso sociale a un passo

Se un pomodoro costa un euro, la democrazia ha già perso. Collasso sociale a un passo

Famiglie che fino a ieri appartenevano alla rassicurante media borghesia e che oggi, senza capire come sia potuto accadere, si risvegliano drammaticamente povere

Se un pomodoro costa un euro, la democrazia ha già perso. Collasso sociale a un passo
caro spesa, rincari, supermercato

Se un pomodoro costa un euro, la democrazia ha già perso

C’è un termometro invisibile che misura la tenuta della nostra civiltà, ed è riposto nel banco ortofrutticolo del supermercato. Quando un chilo di pomodori tocca la cifra speculativa di sette euro, non stiamo assistendo soltanto a una distorsione di mercato, stiamo guardando in faccia la fine del patto sociale.

La reazione a questa follia non si fa attendere, ma non arriva dai tavoli della macroeconomia: arriva dalla pancia del Paese. E lì che si insinua il populismo più feroce, quello che non ha bisogno di programmi complessi, perché gli basta specchiare e cavalcare lo stato emotivo di milioni di famiglie.

Famiglie che fino a ieri appartenevano alla rassicurante media borghesia e che oggi, senza capire come sia potuto accadere, si risvegliano drammaticamente povere. La vera tragedia del nostro tempo è il blocco totale dell’ascensore sociale. Abbiamo capovolto le promesse del secondo Novecento.

Un tempo, chi nasceva povero nutriva la legittima speranza – sostenuta dallo studio, dal lavoro e dal sacrificio – di poter diventare ricco, o quanto meno benestante. Oggi quella speranza è morta: chi nasce povero rimane povero, condannato a una stagnazione perpetua in cui il lavoro non è più uno strumento di emancipazione, ma una pura tecnica di sopravvivenza.

Quando la barriera della sussistenza diventa invalicabile, il dibattito politico si svuota di senso e cede il passo alla disperazione. E la disperazione sintetizzata dal grido di allarme, tragico e dissacrante, di una casalinga disperata: “Se un pomodoro costa un euro, allora io voto Vannacci”.

Questa frase, nella sua brutale immediatezza, fotografa una realtà innegabile: il voto di protesta non nasce da un’improvvisa folgorazione ideologica, ma dal portafoglio vuoto. Se le istituzioni democratiche e la politica tradizionale non riescono a garantire il diritto elementare di mettere il cibo a tavola a prezzi dignitosi, il cittadino si sente tradito.

E il cittadino tradito cerca il voto di rottura, il candidato che capitalizza la rabbia, il simbolo che promette di incendiare lo status quo, indipendentemente dalle reali soluzioni proposte. Cosa fare dunque, per disinnescare questa bomba a orologeria e impedire che il carrello della spesa si trasformi nel detonatore del populismo più radicale?

Non bastano i bonus una tantum o i tavoli di concertazione governativa che partoriscono timidi “panieriantinflazione”. Serve uno strumento strutturale e coraggioso su due fronti. Da un lato è urgente spezzare la catena della speculazione selvaggia della grande filiera. Non è tollerabile che il produttore agricolo riceva pochi centesimi al chilo per il suo raccolto mentre il consumatore finale paga la stessa merce rincarata del mille per cento.

Lo Stato dve tornare a fare lo Stato, introducendo tetti massimi sui beni di prima necessità e sanzionando duramente i monopoli della distribuzione. Dall’altro lato, bisogna restituire potere d’acquisto reale ai salari attraverso una riforma fiscale che alleggerisca i redditi medi bassi.

Finché la politica continuerà a ignorare il dramma quotidiano di chi deve scegliere se pagare la bolletta o comprare la frutta, non potrà mai stupirsi delle derive populiste alle urne. Il prezzo del pomodoro è diventato il prezzo della nostra democrazia; o lo riportiamo a livelli umani, o saremo costretti a pagare il conto, salatissimo, del collasso sociale.