A- A+
Economia

La presa di distanza dal sindacato da parte di Renzi sembra averlo favorito elettoralmente. L'antisindacalismo paga quindi? Renzi ha raccolto anche i voti della destra? Personalmente non sono d’accordo con questa idea. Sono convinto che non sia un problema di atteggiamenti antisindacali né che gli elettori di sinistra guardino necessariamente con simpatia ai sindacati.

Il punto è che si è andato determinando un gap tra la cultura sindacale condivisa e la coscienza dei lavoratori sia sui rapporti con i datori di lavoro che con la coscienza del loro ruolo nel contesto economico e della loro attuale condizione sociale. Per molti il sindacato dovrebbe esprimere gli interessi dei lavoratori. Ma che cosa intendiamo per lavoratori? Di quali lavoratori staimo parlando? Che caratteristiche hanno oggi?

La cultura sindacale classica (che ormai dovremmo definire vecchia) ha come modello aziende centrate sulle logiche della produzione di massa e su lavoratori che hanno alcune precise caratteristiche: essere facilmente intercambiabili (quindi con professionalità indistinta), con scarsa scolarizzazione, singolarmente deboli rispetto al datore di lavoro (l’aggregazione sindacale appare l’unico mezzo per esercitare pressione e ad avere forza), che lavorino su frazioni di processi con compiti specialistici (e quindi non sempre facilmente riciclabili sul mondo del lavoro), dove la competenza tende ad essere ridotta e difficilmente spendibile in contesti differenti, in ambienti organizzati rigidamente e con l’obbligo di sottostare agli ordini della struttura gerarchica nell’espletamento del proprio lavoro (circostanza che non porta a sviluppare spirito di iniziativa).

All’interno di contesti analoghi sorge una logica e una cultura sindacale necessariamente e oggettivamente funzionale a popolazioni numerose, aggregate anche fisicamente, con la necessità di essere guidate in modo da far conciliare richieste e possibilità, con interessi forzatamente coincidenti proprio a seguito della indeterminata comunanza di condizione, con la necessità di forti protezioni sociali derivanti appunto da una debolezza che sorge dalla difficoltà di reimpiego e di autogestione.

Ebbene questa è ancora la cultura dominante del nostro mondo sindacale.
Una cultura discutibile. Infatti c’è da domandarsi se queste logiche siano funzionali alle aziende manifatturiere di successo che sostengono oggi, attraverso le esportazioni, l’economia italiana e che presumibilmente saranno l’ossatura dell’industria italiana di domani.

Queste aziende non basano la loro forza sul basso prezzo di prodotti standard ma sulla realizzazione di oggetti ad alto valore aggiunto in modo che il maggior costo del personale sia compatibile con il prezzo praticato sfruttando così anche il valore del brand “made in Italy” e puntando sulla diversificazione tecnologica o estetica.

Il valore aggiunto di questi prodotti di successo è però determinato solo in parte ridotta dal lavoro collegato ai processi produttivi e in misura maggiore dal lavoro degli operatori della conoscenza (design, marketing, ricerca e sviluppo tecnico, ricerca di mercato, tecnologie comunicative, investimenti in immagine e brand, innovativi modelli di vendita, processi produttivi sofisticati, brevetti, ecc.).

Questo spiega l’attuale composizione del PIL italiano. L’industria in senso stretto è confinata al di sotto di un 20%. Questo non significa ovviamente che dobbiamo abbandonare le nostre attività manifatturiere. Al contrario. Proprio per mantenerlo dobbiamo far evolvere la nostra produzione industriale. Il nostro costo della manodopera è notoriamente più alto di quello di altri paesi, ma, contro la percezione comune, nel sistema industriale gli stessi lavoratori occupati alle linee produttive sono un numero inferiore a quelli necessari per ottenere la massima parte del valore del prodotto.

Mi spiego meglio. Per pervenire al prodotto, a differenza di un tempo, servono meno lavoratori con competenze generiche e più lavoratori con elevate competenze che operano “per progetti”, abituati a definire e risolvere problemi, che possono indifferentemente essere dipendenti dell’azienda stessa, liberi professionisti, imprenditori individuali o dipendenti di imprese specializzate, ma che concorrono allo stesso modo al successo del prodotto.

E’ su questa schiera interclassista di lavoratori della conoscenza, ormai divenuti molto numerosi, che le aziende contano. Non vi sono ancora studi rigorosi, ma si stima che siano (per la sola componente delle libere professioni non riconosciute) nell’ordine di oltre 3 milioni e mezzo ai quali si debbono aggiungere coloro che svolgono lo stesso lavoro con la qualifica di lavoratori dipendenti. Il sociologo Federico Butera che, ogni 5 anni, effettua una importante ricerca sui lavoratori della conoscenza in Europa, per l’Italia, li indica nel 43% dei lavoratori occupati.

Quindi è evidente che, dal punto di vista sociale, il contesto che oggi sta vivendo il mondo del lavoro non ha nulla a che vedere con l’immagine che le componenti sindacali si fanno e che sopra ho descritto. Il rinnovamento del sindacato, che da più parti viene richiesto, non trova giustificazione in giochi di correnti o differenti visioni politiche bensì nella diversa composizione che dal punto di vista sociologico emerge dalle imprese sulle quali dovremo in futuro puntare per continuare a mantenere una importante posizione a livello industriale.

Non si tratta neanche di avere opinioni preconcette contro il sindacato, al quale comunque si attribuisce un utile ruolo di mediazione, ma di procedere ad una vera e propria rottamazione (per usare un termine di moda) degli attuali protagonisti sindacali la cui cultura è nata, si è sviluppata ed ha trovato riscontri oggettivi nella seconda metà del secolo scorso.

Nel contesto sopra descritto possiamo davvero pensare che i lavoratori non debbano essere corresponsabilizzati in molti aspetti della gestione? Che in un mondo così flessibile le aziende possano funzionare sulle rigidità dei mansionari? Che non si debba esaltare maggiormente il ruolo dei contratti aziendali? Che i lavoratori possano rimanere indifferenti su orari e modelli organizzativi rispetto all’emergere di opportunità, magari momentanee, legate anche a singoli settori o a singole aziende? Che non debbano chiedere a gran voce opportunità per diversificare le competenze ed aumentare il livello di occupabilità individuale? Che possa essere mantenuta una rigidità contrattuale in situazioni turbolente come quelle in cui viviamo? Che una sempre maggiore componente dei compensi non dipenda dal merito di ciascuno? Che la produttività d’impresa non debba essere un parametro determinante per i compensi collettivi e individuali? Che ci si possa disinteressare degli operatori della conoscenza che non lavorano come dipendenti all’interno dell’impresa?

Il mondo e le aziende sono diventate molto più complesse di un tempo e il successo deriva dalla combinazione positiva di molte più variabili di quanto un tempo ce ne fossero. Non è il sindacato ad essere obsoleto, ma è obsoleto un sindacato ancorato a un modello che non corrisponde più alla composizione sociale dei lavoratori.

Come comportarsi allora?
Gli esempi ci sono, basta guardare in Germania, nella quale, pur in presenza di un sindacato molto forte e forse proprio per questo, il coinvolgimento attivo dei lavoratori arriva al punto di partecipare agli stessi processi di rinnovamento e di ristrutturazione, anche quando le decisioni da prendere siano tutt’altro che facili, vedendo nell’impresa realmente un patrimonio da preservare nell’interesse di tutti. Un sindacato che contribuisce a rendere più forte la nostra economia e a rappresentare gli interessi dei lavoratori al di fuori di una logica di contrapposizione e in una prospettiva di sviluppo.

Penso quindi, per tornare alla domanda iniziale, che la vittoria di Renzi non trovi fondamento in un supposto antisindacalismo, ma che esprima la comune e largamente condivisa consapevolezza di un mancato adeguamento delle persone che attualmente dirigono il sindacato alle necessità di un nuovo e più complesso modello sociale.

Angelo Pasquarella, imprenditore e saggista

Tags:
sindacalismorenzipasquarella
i più visti
in evidenza
Simest, la qualità a supporto della competitività delle pmi italiane

Esportazioni

Simest, la qualità a supporto della competitività delle pmi italiane


casa, immobiliare
motori
Citroën firma la serie speciale C3 «Elle»

Citroën firma la serie speciale C3 «Elle»

Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.