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Economia
Quattrosoldi/ Dopo la valanga svizzera meglio alleggerire i bond e comprare azioni

Dopo che Mario Draghi per due volte ha esplicitamente dichiarato, in interviste alla stampa tedesca, che la Bce è pronta ad allargare anche ai titoli di stato i suoi programmi d’acquisto di bond sul mercato (finora concentrati unicamente su titoli di credito cartolarizzati, o Abs, e covered bond, strumenti i cui mercati sono tuttora molto limitati dopo la “gelata” del 2011), avviando così un vero e proprio “quantitative easing” (QE), il rigetto da parte della Corte di Giustizia Ue dei ricorsi presentati da alcuni soggetti tedeschi contro l’Omt annunciato dalla Bce nel novembre 2012 ha dato agli investitori la conferma che già il prossimo 22 gennaio il board della Bce potrebbe dare il suo via libera al QE.

A sorpresa la Banca nazionale svizzera (Bns) ha rotto gli indugi annunciando il giorno seguente l’eliminazione del “floor” di 1,20 sul cambio euro/franco svizzero, fissato nel settembre 2011 per proteggere la valuta rossocrociata da eccessivi afflussi di capitali in cerca di un porto sicuro (nel bel mezzo dello tsunami che in Italia portò, tra l’altro, a vedere rendimenti superiori al 7% sul Btp decennali e il governo Berlusconi a capitolare) e da allora mantenuto dalla Bns attraverso l’acquisto sul mercato di attività denominate in euro (tipicamente titoli di stato). Il giochino è andato avanti per tre anni, gonfiando il bilancio della Bns a livelli ormai apparivano insostenibili a lungo termine, anche perché nel mondo motivi di tensione nei confronti dell’euro ma anche di altre valute (basti pensare al rublo) hanno continuato a esistere, dirottando ulteriori flussi di capitali verso impieghi in Svizzera.

Nonostante la Bns abbia anche tagliato ulteriormente i tassi ufficiali (da -0,25% a -0,75%, col corridoio di riferimento del Libor a tre mesi passato da un range positivo tra +0,75% e +0,25% ad uno negativo tra -0,25% e -1,25%) per scoraggiare l’arrivo di altra liquidità, non c’è stato niente da fare: in pochi minuti dall’annuncio l’euro è passato da 1,20 a poco più di 1 contro franco, dopo aver per qualche istante fatto segnare anche prezzi inferiori alla parità (con minimi a 0,75 franchi per un euro). Per chi si era indebitato in franchi svizzeri, magari per ottenere liquidità a tassi prossimi a zero da reinvestire in attività ad alto rendimento (sembra il caso di molti investitori dell’Est Europa, dall’Ungheria alla Polonia, sino alla Russia) è stata una mattanza, perché ora rimborsare il capitale costerà mediamente un 20% più caro di prima a fronte di tassi che comunque non sono in grado di compensare la perdita secca subita in poche ore.

Si fregano le mani coloro che invece detenevano asset in franchi svizzeri, tra cui una parte di quegli italiani che avendo esportato capitali illegalmente all’estero, potrà ora aderire alla “voluntary disclosure” che dopo il definitivo accordo fiscale tra Italia e Svizzera è pienamente operativa, per la gioia delle banche italiane e delle principali reti di promozione finanziaria che già sperano di metterci le mani sopra (si parlava di 70-80 miliardi di flussi in ingresso, ora tale cifra potrebbe essere aumentata a sua volta di un 20%). Immediate anche le ripercussioni sull’azionario: mentre la borsa di Zurigo crollava, perché tutte le grandi società svizzere, da Swatch a Nestlè, da Holcim a Novartis, sono multinazionali che rischiano di veder calare le vendite o di dover comprimere i margini per riassorbire in parte la rivalutazione del franco (sotto scacco appaiono in particolare alcuni nomi del lusso come Richemont), le altre borse europee hanno iniziato a scontare un ulteriore ribasso dell’euro, accelerando al rialzo.

In questo senso la mossa della Bns va in direzione di limitare la deflazione di Eurolandia e quindi potrebbe frenare il QE europeo, dato che un euro debole può in teoria importare inflazione e ridurre la spinta deflazionistica che la Bce vuol combattere con tale operazione. Vista la crisi in cui versano molti paesi europei e la debolezza della stessa Germania Draghi non dovrebbe trovare però ostacoli; semmai Berlino continuerà a fare il cane da guardia, chiedendo che il programma sia ancorato a rigorose condizioni e garanzie, che abbia una durata limitata nel tempo e un importo che non ecceda i 500 miliardi di euro che il mercato già si attende col rischio che alla fine, più che un bazooka, il QE assomigli a un fucile giocattolo tirato fuori tardivamente dall’armadio e che nei prossimi mesi l’euro resti più o meno dove già si trova ora (intorno alla parità col franco attorno a 1,15 contro il dollaro), senza particolari benefici in termini di ulteriore rilancio delle esportazioni e della crescita in genere.

Posto che il dollaro si manterrà forte e che gli investitori di tutto il mondo dovrebbero continuare ad apprezzare titoli azionari di grande capitalizzazione e bond di qualità, anche per cercare di ridurre la volatilità (vista in crescita), il consiglio per un investitore italiano può essere di alleggerirsi sulla forza di titoli di stato (specie a lunga scadenza), reinvestendo in parte il ricavato in titoli a più breve termine e in parte in asset azionari europei (fondi, Etf o azioni di settori finanziari e ciclici), confidando che la manovra di Draghi riesca a far ripartire il Sud Europa senza far salire troppo i prezzi (ad esempio degli immobili, che sarebbero stati un ottimo investimento in questi anni) nel Nord Europa. Relativamente meno appetibili, a breve, appaiono gli investimenti azionari in dollari, già cari in termini valutari e con minori prospettive di ulteriore ampliamento del gap di crescita degli utili, dunque relativamente cari anche in termini di multipli.

Punto interrogativo per l’Asia: il Giappone fatica a crescere, nonostante abbia adottato una politica monetaria ultra rilassata decennale, la Cina sta rallentando e in generale i mercati emergenti, asiatici e non, rischiano di patire il rialzo dei tassi Usa (che nonostante tutto dovrebbe avvenire attorno alla metà dell’anno o nel secondo semestre, salvo impreviste frenate della crescita americana) e la caduta delle materie prime. E per coloro che nonostante tutto non vogliono ancora investire in strumenti azionari? Di certo le materie prime non offrono maggiori speranze.

L’oro pare avere molto senso ai livelli di prezzo attuali, superiori ai 1.260 dollari l’oncia, ma offre un riparo per gli investitori più avversi al rischio quanto o più dei T-bond decennali (che però rendono l’1,75%-1,85%, contro l’1,60%-1,70% di un Btp di pari durata e possono semmai essere un’alternativa a questi ultimi, almeno a brevissimo termine), il petrolio è crollato in meno di un anno del 50% abbondante, ma non è detto che in pochi mesi torni a 90 o 100 dollari al barile. Più in generale tutte le materie prime, anche il rame e i metalli industriali, sono viste deboli almeno per tutto il 2015 e forse anche il 2016 e questo limita anche lo spazio per un rimbalzo delle quotazioni dei titoli azionari dei comparti petrolifero e minerario.

Qualcuno ha scritto che il “bazooka” di Draghi ha fatto la sua prima vittima nella Bns: ma le vittime sembrano più in generale essere i risparmiatori europei, che hanno ora un numero ancora inferiore di alternative su cui puntare, ma tant’è: l’epoca in cui per investire si guardava ai fondamentali economici e i dati di bilancio è in gran parte tramontata e non riprenderà sinché il pallino resterà in mano alle banche centrali. La finanza vince per ora sull’economia, mentre sul mercato a sorridere, data la volatilità in crescita, sono sempre più i trader e sempre meno i cassettisti.

Luca Spoldi

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