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Economia
Default , ultimo tango a Buenos Aires . Occasioni per i risparmiatori italiani

Conto alla rovescia per l'Argentina: Buenos Aires ha tempo fino alla mezzanotte del 30 giugno per decidere che fare dopo aver perso l'appello davanti alla Corte Suprema americana contro la sentenza del giudice di New York, Thomas Griesa, che aveva dato ragione ad alcuni "vulture fund" (i fondi "avvoltoi") come quelli di Elliott Management, società guidata dall'investitore miliardario americano Paul Singer, riguardo alla richiesta di rimborso integrale di capitale nominale e interesse sui titoli di stato finiti in default nel 2001, i "tango bond" tristemente noti anche a 500 mila risparmiatori italiani che tra il 2005 e il 2010 si sono visti rimborsare, come tutti gli altri detentori, tra il 25% e il 35% del valore nominale a seconda della scadenza.

All'epoca i fondi "avvoltoi" si buttarono in picchiata e rastrellarono a pochi centesimi per dollaro di valor nominale (c'è chi dice che non vennero pagati più di 50-100 milioni di dollari) titoli per l'equivalente di 1,3 miliardi di dollari di valor nominale. Soldi che ora l'Argentina apparentemente non avrebbe problemi a pagare (con gli interessi si arriverebbe a 1,5 miliardi) visto che le riserve di valuta estera nelle casse della banca centrale di Buenos Aires, per quanto in calo negli ultimi mesi, sono ancora robuste e pari a circa 25 miliardi di dollari. Ma c'è un ma: negli accordi di ristrutturazione del debito era inserita la clausola "pari passu" che obbliga l'emittente a offrire lo stesso trattamento a tutti gli obbligazionisti (cosa che non è avvenuta, invece, nel caso della ristrutturazione del debito greco, quando la Bce e altri investitori sovranazionali ottennero un trattamento "di favore" rispetto agli investitori privati).

argentina 500
 

Quindi se l'Argentina rimborsasse i residui "tango bond" al 100% del loro valore (più interessi), dovrebbe contemporaneamente rimborsare la differenza tra quanto pagato nel 2005 e nel 2010 e quanto pagasse nelle prossime settimane anche a tutti coloro che già avevano aderito ai due accordi di cui sopra, di fatto azzerando ogni vantaggio collegato alla ristrutturazione del debito. Per questo la presidente argentina, Cristina de Kirchner ha subito inviato il proprio capo di Gabinetto, Jorge Capitanich, il ministro dell'Economia argentino Axel Kicillof e il Segretario legale alla presidenza, Carlos Zannini, a incontrare il giudice Griesa, che da parte sua aveva dichiarato di non voler "spingere l'Argentina verso il default", per valutare i margini di trattativa esistenti.

Apparentemente una situazione senza uscite, ma gli osservatori più attenti scuotono la testa: si mettano gli animi in pace i 500 mila risparmiatori italiani (e le centinaia di migliaia di altri piccoli obbligazionisti sparsi in tutto il mondo), l'Argentina non pagherà il 100% del suo debito. Piuttosto proverà a convincere Elliott Management e gli altri fondi americani a concambiare i propri titoli (emessi in base alla legge americana e per questo ricadenti sotto la giurisdizione dei tribunali a stelle e strise) con nuovi titoli emessi in base al diritto argentino, che Buenos Aires non rimborserebbe ma sui quali continuerebbe a pagare interessi, così da non violare almeno formalmente la clausola "pari passu". Tutti felici e contenti? Non è così scontato, anzi i Credit default swap (Cds) sull'Argentina quotano ad un livello che implica una possibilità del 50% che Buenos Aires finisca nuovamente in default non riuscendo a trovare un accordo per tempo.

Per i risparmiatori italiani scottati dai "tango bond" non c'è molto da fare se non aspettare l'esito di questo ulteriore braccio di ferro, per chi volesse provare a trarre profitto dall'evento, tuttavia, può esistere uno spazio di trading rischioso ma potenzialmente redditizio. I titoli di stato argentini anche dopo la ristrutturazione continuano infatti ad essere quotati: il bond scadenza 31 dicembre 2033, cedola 8,28%, in dollari, oscilla infatti intorno a 76 centesimi di dollaro per ogni dollaro di valor nominale, con un rendimento lordo teorico vicino al 12%, circa il doppio di quanto paga, in euro, la Grecia sul suo decennale (ugualmente "ristrutturato"). Un rendimento certamente attraente ma, va detto, ancora insufficiente a proteggere gli investitori dall'ipotesi di un nuovo default.

Per molti l'Argentina ha comunque le migliori carte da giocare: non solo poche settimane fa il paese aveva siglato un accordo col "Club di Parigi" (gruppo che riunisce i 19 paesi più ricchi del mondo) per 9,7 miliardi di debiti entro 5 anni (la prima tranche di pagamenti, per 1,15 miliardi di dollari, dovrebbe essere erogata entro il maggio del prossimo anno, le successive dal 2016 in poi), cosa che potrebbe portare a "pressioni" a suo favore da parte dei governi aderenti allo stesso "Club di Parigi", ma gli stessi gestori di Elliott Management avevano fatto capire di poter considerare una proposta che prevedesse un concambio in parte in contanti e in parte in titoli. E visto che i fondi Usa hanno comprato quei titoli veramente per un boccone di pane, non dovrebbe essere impossibile trovare una via d'uscita conveniente per entrambi e magari anche per tutti gli altri investitori che hanno provato a scommettere sui "tango bond".

Luca Spoldi

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