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Rete Telecom, forse un bluff. Rivoluzione ancora di facciata

 

 

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Di Giulio Genoino

 

Rivoluzione o bluff? “Bisogna vedere come viene fatto, questo scorporo della rete. Lasciamo che il consiglio faccia le sue valutazioni e noi recepiremo le valutazioni del consiglio e poi faremo le nostre“: ha detto bene, il prudente Enrico Cucchiani, capo di Banca Intesa ed azionista importante di Telecom Italia, rispondendo a chi gli chiedeva un parere sull’operazione approvata ieri dal consiglio d’amministrazione della società telefonica ex-monopolista, guidata da Franco Bernabè. Già, perché lo scorporo della rete potrebbe non essere poi una cosa così importante come la si vuol presentare, se non sarà seguita da un’altra operazione, la vendita della rete scorporata da parte di Telecom. E su questo “secondo passo” non c’è niente di deciso. Senza la vendita, lo scorporo sarà poco più che una manovra di facciata.

Per capire perché e – soprattutto – cosa accadrà da oggi in poi, facciamo un passo indietro. Il passo indietro ci riporta al 1999, quando una cordata di finanzieri guidata da un unico imprenditore degno di questo nome, Roberto Colaninno, lanciò un’Opa da 100 mila miliardi di vecchie lire su una Telecom Italia privatizzata da poco per un piatto di lenticchie – appena 27 mila miliardi – dal Tesoro, in ossequio (uno dei tanti atti d’ossequio sbagliati) al malaugurato accordo tra il governo italiano e la commissione europea (il patto Andreatta-Van Miert), che impose al nostro Paese di privatizzare presto e male tante sue ottime aziende.

Ebbene, puntando tanti soldi su Telecom, gli scalatori contavano, come poi accadde nel giro di due anni, di riprenderseli tutti con gli interessi, spolpando il patrimonio dell’azienda. Quando nel 2001 quella cordata vendette la Telecom al gruppo Pirelli – con l’unica opposizione di Colaninno, che voleva restare e gestire e non spolpare – l’azienda era gravata da ben 43 miliardi di euro di debiti. La nuova gestione pilotata da Marco Tronchetti Provera, subentrato agli scalatori nel luglio del 2001, partì in salita, con la crisi delle Due Torri e poi del 2002 e l’inizio del declino delle prospettive di tutte le “telecommunication companies” come Telecom. Anche se quattro anni più tardi quei debiti erano stati dimezzati, la successiva fusione tra Telecom e Tim, pur molto gradita dal mercato, ne ricostituì una buona dose.

Nel 2007, il governo Prodi – che vedeva di cattivo occhio la gestione Tronchetti, considerato troppo vicina al rivale Berlusconi – ideò per la prima volta un piano che prevedeva che Telecom Italia scorporasse la rete fissa e la cedesse allo Stato. Tronchetti si oppose, resistette, ma di lì a poco venne travolto dallo scandalo di un’inchiesta sui dossier illeciti, finita poi con il suo completo scagionamento, che però ebbe l’effetto di indurlo a passare la mano.

L’azienda era nella bufera, priva di una guida stabile: e fu allora che Mediobanca, ancorchè ormai non più guidata dalla visione certo accentratrice e dispotica ma lucida di Cuccia e del suo delfino Maranghi, costruì una cordata di investitori che rilevarono da Tronchetti il pacchetto di controllo di Telecom, condividendolo però con il colosso spagnolo Telefonica, che avrebbe dovuto fungere da “socio industriale” del colosso italiano. Cos’accadde, invece? Semplicemente, che Telefonica boicottò e di fatto sistematicamente impedì a Telecom qualunque sortita internazionale che potesse anche solo minimamente minacciare o tanto meno scalfire gli interessi in Europa e in Sudamerica della medesima Telefonica.

 

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Nel frattempo, le dinamiche del mercato, col boom inarrestabile di Internet, erosero la redditività di Telecom, come di tutte le altre grandi compagnie di questo genere. E oggi la montagna di debiti che ancora grava sull’azienda, 28 miliardi, non può essere più spianata dalla redditività industriale generata dall’azienda stessa, tantomeno se questa vorrà continuare a pagare dividendi e a investire. Al contrario, molti analisti sostengono che di questo passo Telecom rischia, nel giro di qualche anno, di non riuscire più a rimborsare il proprio debito.

E’ da queste premesse che scaturisce in Franco Bernabè – che in passato l’aveva sempre osteggiata, duramente quanto Tronchetti – l’idea di scorporare la rete delle infrastrutture (rame e fibre ottiche) che usa la stessa Telecom per collegare i propri clienti e che lascia usare, previo pagamento di un canone, dai propri competitors. Bernabè, però, non vuole venderla, questa rete: vuole metterla in una società ad hoc e quotare in Borsa questa nuova società, per estrarne un po’ di soldi, conservandone però il controllo. In questo modo ritiene di giovare comunque a Telecom, che introiterebbe quei soldi, senza privarsi  di un asset strategico, indubbiamente, sia per Telecom che per il Paese.

E’ una scommessa, con tutta evidenza. Ma per la maggior parte degli analisti specializzati o Telecom si libera del tutto della rete, incamerando almeno 12 miliardi di euro e riducendo quindi il proprio debito da 28 a 16, oppure comunque lo scorporo non basterà. Si potrebbe chiedere: ma vendendo tutta la rete, è vero che Telecom scarica debiti ma è anche vero che perde redditività, perché la rete genera utili. Sì e no: nel senso che la rete guadagna in base alle tariffe che l’Autorità stabilisce possa applicare alle aziende clienti, insomma vive di prezzi amministrati, non di concorrenza sul mercato. Quindi la società della rete, una volta uscita dal gruppo Telecom con tanti debiti in pancia, potrebbe essere sempre aiutata dal governo a guadagnare abbastanza da abbattere gradatamente il debito. Insomma, Telecom avrebbe sul piano finanziario più benefici che danni dalla cessione.

Ma perderebbe potere. Gestire la rete significa comandare sul settore. Significa per esempio essere il fulcro di tutte le intercettazioni giudiziarie e strategiche del Paese. Significa essere fisicamente presenti, sempre, con lavori e opere pubbliche, in tutti e 8100 i comuni italiani… Ed è questa la ragione per cui il “partito del no” alla cessione della rete non si è dissolto ma ha semplicemente arretrato la sua trincea dal “no allo scorporo” al “no alla vendita”. Il che non cambia le prospettive industriali né finanziarie del gruppo, e le lascia ad alto rischio.

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Ma c’è di più. L’Italia ha bisogno di una rete telefonica di nuova generazione, che Telecom ha iniziato a creare con grandi competenze (di queste non c’è dubbio) ma non ha i soldi necessari per completarla, e le altre aziende telefoniche – da Vodafone a Wind a Fastweb a British Telecom, a Tiscali – non metteranno mai insieme i propri pezzettini di rete (tutte ne hanno un po’) e tantomeno i propri soldi per fare una rete unica destinata però a rimanere di proprietà di Telecom. Ecco perché l’unica strada per far sì che l’Italia abbia davvero la sua rete moderna è ottenere che Telecom si distacchi totalmente dalla sua rete, il controllo passi allo Stato, con la partecipazione di tutti gli operatori che conferirebbero le loro “retine” per arrivare a un’unica grande infrastruttura di grande potenza, capace di sostenere finalmente come si deve lo sviluppo di Internet in banda larga nel nostro Paese.

P.S.: si è molto parlato nelle scorse settimane, e certo se ne parlerà ancora, dell’offerta che il gruppo di Hong Kong Hutchison Wamphoa, proprietario dell’operatore mobile italiano 3 Italia, ha fatto a Telecom per diventarne l’azionista di riferimento rilevando i soci di controllo attuali, cioè Telefonica, Mediobanca, Generali e Banca Intesa. Va da sé che nessun governo darà mai a un azionista extracomunitario il controllo di un “asset” strategico per il Paese com’è la rete telefonica. Quindi se Telecom si limita a scorporare la rete e non la vende, qualunque discorso con acquirenti stranieri venga aperto da chicchessia (management aziendali o soci attuali di controllo poco cambia) resta una chiacchiera priva di concretezza.