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Telecom/ Letta: “Capitali senza passaporto, ma non possiamo perdere la rete”. I sindacati: “Incontro urgente col premier”. Allarme del Copasir sulla sicurezza. Titolo ko in borsa

Il conto alla rovescia e partito e sia pure in mezzo a mille “rumori di fondo” di natura politica e finanziaria Franco Bernabè si avvicina allo show down con i rappresentanti dei grandi azionisti di Telecom Italia (espressi da Telco, la holding che controlla il 22,4% in cui siedono Telefonica assieme, ancora per qualche mese almeno,  a Generali, Mediobanca e Intesa Sannpaolo), il prossimo 3 ottobre, quando in Cda dovrà presentare un piano industriale aggiornato e illustrare le alternative che rimangono all’ex monopolista telefonico italiano: aumento di capitale da 3-5 miliardi, cessione delle controllate sudamericane, scorporo della rete d’accesso italiana con ingresso di CdP nella Newco cui verrebbe conferita l’infrastruttura “strategica” e probabilmente dai 15 ai 20 mila dipendenti (sui 41 mila totali).

Nel frattempo, però, i conti qualcuno li ha già fatti e non sono tornati: è la famiglia Fossati, già proprietaria di Star – Stabilimento Alimentare Spa (azienda alimentare brianzola celebre per i suoi dadi e sughi pronti), la cui maggioranza venne ceduta al gruppo spagnolo Gallina Blanca della famiglia Carulla nel dicembre del 2006 per una cifra che venne all’epoca stimata attorno ai 900 milioni di euro. Findim Group, holding della famiglia Fossati, investì il ricavato per arrotondare una preesistente partecipazione in Telecom Italia fino ad arrivare a detenere circa 670 milioni di azioni Telecom Italia al costo di carico di circa 2 euro l’una, pari a circa 1.335-1340 milioni di euro di controvalore.

I titoli vennero poi svalutati inizialmente a 1,705 euro, poi a 1,5 euro, infine (nel bilancio 2012) a 1,2 euro l’uno, ossia sullo stesso livello a cui nel frattempo aveva svalutato i suoi titoli la stessa Telco, che peraltro ha subito perdite ancora superiori visto che i titoli conferiti dai soci italiani (tra cui inizialmente era presente anche Sintonia, della famiglia Benetton, sfilatasi nel 2009) erano stati rilevati da Olimpia (holding controllata all’80% dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera e al 20% dalla Edizioni Holding, sempre dei Benetton) a 2,75 euro (Olimpia stessa aveva preso in carico i titoli dalla Bell di Colanninno-Gnutti pagandoli 4,175 euro l’uno), quelli finiti in mano agli spagnoli costarono attorno ai 2,9 euro l’uno.

Insomma: fino all’inizio del 2008 i Fossati potevano vantarsi di aver messo le mani su una quota importante di Telecom Italia ad un prezzo “d’occasione” se paragonato a quello degli altri “grandi soci”. Nella primavera di cinque anni fa, tuttavia, qualcosa si ruppe: le quotazioni di Telecom Italia iniziarono prima una decisa picchiata, arrivando a toccare, complice anche l’intervenuto “crack” di Lehman Brothers, gli 80 centesimi per azione, poi una lunga fase di stazionamento attorno a 1 euro per azione, fino al maggio del 2011, infine la lenta ma costante planata che ha eroso le quotazioni sino a farle cadere tra i 50 e i 60 centesimi dove attualmente restano.

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Nel frattempo i Fossati, esclusi dal Cda e senza alcun potere decisionale, hanno assistito impotenti alla progressiva perdita di valore del loro investimento, che a fine 2012 era valutato solo più 802,7 milioni (un valore peraltro quasi doppio dei prezzi di borsa, ancora attorno ai 68 centesimi di euro per azione, dunque una decina di centesimi sopra le quotazioni odierne, in calo di quasi il 5% a poco più di 57 centesimi a titolo) e dopo aver già abbattuto di oltre 530 milioni il valore del loro investimento rischiano, se le quotazioni non raddoppieranno almeno, di dover registrare altri 400 milioni di perdite latenti.

Certo, la Asati (l’associazione che rappresenta i piccoli azionisti di Telecom Italia) sembra voler dare battaglia e parla dell’operazione in Telco come di “un’operazione ostile a Telecom Italia, all’azienda e va contro gli interessi del restante 78% dell’azionariato di Telecom”, chiedendo al governo di “approvare celermente i provvedimenti attuativi per la Golden Power”, alla CdP di inserire nel proprio piano triennale “un intervento su Telecom Italia, in quanto azienda strategica” e al Cda di Telecom Italia stessa di convocare un’assemblea per approvare una variazione “dello statuto attuale che lascia 4/5 dei consiglieri all’azionista di riferimento” e “un aumento di capitale di almeno 3 miliardi, per scongiurare il declassamento sul debito da parte delle agenzie di rating” chiamando a raccolta “tutti i principali azionisti, fondi italiani ed esteri”.

A questo punto, tuttavia, gli ex proprietari di Star debbono sperare solo in un miracolo che faccia risalire le quotazioni: uno scontro tra Telefonica e un possibile “nuovo socio” come AT&T (o Vodafone, mentre più improbabili appaiono ormai i nomi, pure circolati, di America Movil, di Naguib Sawiris o di 3 Italia-Hutchinson Whampoa) o in alternativa una rapida cessione di asset in Italia (la rete fissa) o all’estero (Tim Brasil e Telecom Argentina) che pur essendo tra le ipotesi circolate dovrebbero avvenire, per evitare contraccolpi sul rating del gruppo, con premi sostanziosi rispetto ai valori correnti di mercato. 

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Indipendentemente da ciò, Marco Fossati si starà probabilmente chiedendo se non fece meglio Gilberto Benetton, che nel 2009 decise di ricollocare sul mercato (dove le quotazioni oscillavano ancora tra 0,8 e 1,2 euro per azione) il 2% di Telecom Italia appena ricomprato da Sintonia a 2,2 euro per azione dalla stessa Telco, limitando così le perdite dell’avventura nella telefonia attorno agli 1,5 miliardi di euro. Un investimento (come l’altro, da 100 milioni di euro, in Cai-Alitalia) cui i Benetton, secondo il parere di molti, non poterono sottrarsi per mantenere buoni rapporti col “palazzo”, mentre i Fossati avrebbero potuto scegliere di diversificare meglio i loro investimenti.

Luca Spoldi