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Telecom, il debito nella rete: è l’unico modo per salvarla

 

telecom sede 500

Di Forrest Gump

Che lo sapessero, no; che lo temessero sì; che lo prevedessero due volte sì. Ma allora perchè quelli di Telecom prima hanno lanciato l’operazione “scorporo della rete” e poi ieri sera l’hanno bloccata, dopo che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha tagliato di 60 centesimi la tariffa-base per l’utilizzo della rete in rame della stessa Telecom da parte dei concorrenti? E’ un maledetto ingarbugliato pasticcio, questo di Telecom, e per capirci qualcosa bisogna necessariamente risalire alle origini dei guai del gruppo: e d’altronde capirci bisogna, perchè la banda larga – quella che in Italia scarseggia e contribuisce a frenare il Pil – non si svilupperà fin quando le contraddizioni di Telecom non saranno state sanate.

Il presidente esecutivo di Telecom, Franco Bernabè, si dice “ottimista” sulla verifica che l’Agcom condurrà sull’impatto dello scorporo della rete. “Sono ottimista che la fase di verifica della coerenza e dei contenuti del percorso regolatorio, con le assunzioni alle base del nostro progetto – ha spiegato il manager – possa concludersi in tempi ragionevolmente rapidi”. Ma in Borsa il titolo continua ad andare giù, ai minimi storici

Ebbene, il dramma di Telecom oggi è che la redditività caratteristica del business telefonico è calata progressivamente negli anni fino ad un livello al quale non è più affatto sicuro che il gruppo possa rimborsare il debito che ancora lo opprime continuando, contemporaneamente, a fare gli investimenti che dovrebbe fare. Sia chiaro: di questo calo della redditività, l’attuale managament di Telecom Italia non porta una responsabilità specifica. E’ un fenomeno globale, marcatissimo, che sta complicando la vita a tutti i colossi telefonici del mondo. Certo, Telecom Italia è per molti versi rimasta troppo simile a quel che era prima della liberalizzazione e della privatizzazione: troppi costi, troppo personale, poca efficienza. Ma neanche mago Zurlì potrebbe restituirle la redditività necessaria soltanto agendo sulla leva dei costi, a meno di non fare macelleria sociale. E allora?

Allora la colpa di fondo risale alla enorme leva finanziaria che è stata imposta su Telecom dalla scalata subita nel ’99, che attraverso successive vicende finì con lo scaricare circa 80 mila miliardi di debiti nell’azienda scalata, più o meno i 42 miliardi di debito lordo che tuttora la opprimono, pur dopo alterne fasi di diminuzione e riaumento. Rimborsarli, bisogna. Ma questo significa destinare una fetta sempre più grande di reddito a quello scopo.

telecom bernabe

Che c’entra lo scorporo della rete con questo problema finanziario di fondo? Secondo Telecom, l’operazione serve a riallineare gli interessi dell’azienda, proprietaria della rete che usano anche i suoi concorrenti, agli interessi di quest’ultimi: in pratica, dopo lo scorporo, tutte le compagnie telefoniche (Telecom compresa) pagherebbero lo stesso prezzo per utilizzare la rete; il vantaggio di Telecom resterebbe solo quello di poter poi intascare i guadagni di questo prezzo, in quanto proprietaria, unitamente all’obbligo di utilizzarli in parte per accenuare gli investimenti sulla rete. Insomma, più trasparenza nei rapporti economici di mercato. E, inoltre, la possibilità di vendere fino al 49% della società della rete per fare cassa e ridurre un po’ il debito.

Una soluzione sicura, risolutiva? Innovativa, certamente: sarebbe il primo caso in Europa e il secondo nel mondo. Risolutiva, lecito dubitarne. Perchè è vero che vendendo il 49% della società della rete Telecom incasserebbe un po’ di soldi, e dividerebbe con altri l’onere degli investimenti, ma è anche vero che vedrebbe ridursi il flusso dei guadagni, dal 100 al 51%!

Altro sarebbe se, come caldeggiano molti osservatori autorevoli, Telecom vendesse il 100% della rete o comunque la maggioranza, allo Stato, che attraverso la Cassa depositi e prestiti sarebbe oltretutto pronto a rilevarlo. A quel punto, dirimente per Telecom sarebbe il prezzo di cessione. Ovvero la quantità di costi d’esercizio (leggi: personale) e debito che riuscirebbe a conferire alla società cedendola. Si è parlato i 21 mila dipendenti, non si è mai parlato di entità dei debiti. Ma il punto è proprio questo: perchè Telecom possa ripartire, deve ridurre il debito presto e drasticamente. E come può riuscirci, se non vendendo il gioiello di famiglia?

 

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telecom

Gli avversari di questa tesi sostengono che senza rete Telecom rimanga un guscio vuoto. Affermazione assurda, a meno di voler dire che colossi come Vodafone siano gusci vuoti. In realtà, la rete è un asset preziosissimo, ma ha un suo valore di mercato come qualunque cosa. Che dipende  dal fatto di essere una struttura unica, indispensabile a tutti, per la quale tutti devono passare: un monopolio naturale. Come i tralicci dell’alta tensione, come i gasdotti. Ecco perchè, oltretutto, è bene che resti di proprietà italiana: perchè è un asset strategico. E se resta dentro una Telecom così malconcia (e svalutata in Borsa) rischia anche di finire in mani straniere.

Già: ma come fare per garantire a Telecom che vendendo la rete ritrovi vigore e redditività? Semplice: pagandola bene per questa vendita! E perchè mai lo Stato dovrebbe pagarla bene? Semplice anche questo: perchè lo Stato, diventando proprietario di quell’asset, potrebbe decidere quanto “farsi pagare” da tutti quelli che lo utilizzano. Non si straccino le vesti i sacerdoti delle liberalizzazioni: si ha un bel dire che le telecomunicazioni siano un settore liberalizzato, ma non lo sono affatto. Quasi tutte le voci del conto economico di una società come Telecom sono in realtà nelle mani del regolatore, che stabilisce i prezzi. E allora, tanto vale che lo Stato regolatore sia anche proprietario!

Ebbene, è chiaro che una Telecom-Rete di nuovo pubblica, come lo era fino al ’97, potrebbe contare appunto su un regolatore statale consanguineo della proprietà, anch’essa statale. E quindi potrebbe contare sul fatto che i suoi prezzi sarebbero modulati (uguali per tutti gli utilizzatori della rete) in modo da poter garantire il rimborso di tutto il debito societario. Quindi, dentro la società della rete statalizzata Telecom dovrebbe essere autorizzata a conferire tutto il debito necessario per poter “vivere bene” nella parte gestionale che rimarrebbe privata: si parla di 15 miliardi di euro. In uno scenario del genere, l’Italia avrebbe una grande società della rete, pubblica, capace di investire, alimentata dai canoni che tutti gli operatori telefonici, Telecom inclusa, pagherebbero in egual misura. E una Telecom finalmente alleggerita dai debiti e rimessa nella condizione di competere con i concorrenti privati.

Solo che Telecom è naturalmente libera, essendo oggi del tutto privata, di decidere se vendere tutta, parte o per niente la sua rete. A decidere, un management che pone condizioni chiare, perchè si sa da almeno due anni che per 15 miliardi la venderebbe, ma non se li deve accollare lo Stato, dove manca la necessaria volontà politica; in più, al di sopra del management decide (o meglio: non decide) anche un azionariato diviso su tutto, con il socio principale, la spagnola Telefonica, in conflitto d’interessi perchè concorrente globale di Telecom, che pone il veto a qualsiasi scelta capace di rivalitazzare il colosso italiano.

Ecco perchè è ben difficile che Telecom esca serenamente dal garbuglio in cui la sua storia tormentata l’ha sospinta. In questo senso la scelta prima di scorporare la rete senza decidere di venderla, e poi di bloccare lo scorporo sono tutte mosse tattiche. Quelle strategiche devono ancora arrivare. Ed è bene che arrivino presto, è bene per il bene di Telecom Italia, che per molti versi coincide col bene dell’Italia.