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Economia
Tesla, dopo i ribassisti il fuoco del Dragone: la bolla rischia di scoppiare
Elon Musk Lapresse

Se pensate di avere avuto una brutta giornata, consolatevi: c’è chi sta peggio di voi. È il caso di Elon Musk che continua a oscillare pericolosamente tra la figura di guru della new economy, pericoloso Gianburrasca guasta mercati e un uomo che corre sul filo del rasoio. E che ha perso il 25% del suo patrimonio, oggi fermo a “soli” 144 miliardi.

La verità è che il magnate sudafricano sta iniziando a pagare lo scotto di un modello di business un po’ troppo aggressivo, che non si fonda né sulla vendita di prodotti – come Jeff Bezos o Bernard Arnault – né sulla gestione dei dati e delle informazioni personali – citofonare Mark Zuckerberg. Dopo un 2020 in cui la sua ricchezza è aumentata in maniera spropositata, facendolo diventare per qualche giorno perfino l’uomo più ricco del mondo, ora Musk sta vivendo un momento di appannamento. E i motivi sono molteplici.

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In primo luogo, la sua decisione di buttarsi a capofitto nei bitcoin è sembrata un’idea grandiosa per fare una rapida plusvalenza. Ne ha comprato 1,5 miliardi, si è ritrovato rapidamente con un surplus di valore di almeno il 30%. Poi però si è magicamente accorto (ma davvero qualcuno crede alla casualità delle sue affermazioni) che sminare le criptovalute era enormemente inquinante. E ha deciso di non accettarle più per comprare i servizi di Tesla. Non solo: ha poi anche risposto con un laconico “davvero” a chi sosteneva che sia imminente una sorta di guerra tra i bitcoiner

Risultato: il bitcoin ha perso il 40% del suo valore e ora viene prezzato intorno a quota 32mila dopo aver abbondantemente sforato la soglia di 50mila dollari. Elon Musk si è ritrovato più “povero” di un buon 25% a causa delle tensioni sulle criptovalute. E soprattutto Tesla ha perso, da gennaio, 250 miliardi di capitalizzazione.

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Chiariamoci: rimane comunque più grande di qualsiasi altro player dell’automotive. Ma forse qualche contraddizione inizia a emergere. Intanto, perché il sistema di self-drive tanto decantato sta mostrando qualche pecca. L’incidente in Texas costato la vita a due persone è stato prontamente rispedito al mittente da Musk che ha dichiarato che il pilota automatico non fosse inserito. Ma allora perché qualcuno dovrebbe spendere oltre 100mila dollari per un veicolo che non è neanche in grado di limitare la pericolosità della marcia?

Waymo, l’azienda del gruppo Alphabet che sta sviluppando sistemi di guida autonoma, ha sbertucciato le funzioni di Tesla. Secondo il Ceo John Krafcik, il brand di Musk non è minimamente un competitor per il semplice fatto che sta mettendo a punto sistemi sempre più evoluti di guida assistita, non autonoma. “Per noi, Tesla non è affatto un concorrente – ha dichiarato Krafcik. Stiamo sviluppando un sistema di guida completamente autonomo. Tesla è una casa automobilistica che sta sviluppando un ottimo sistema di assistenza alla guida”.

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Secondo problema di Tesla è la sostenibilità del business model. È vero, infatti, che i conti sono in utile per quasi 500 milioni, ma questo non dipende dalle vendite, ma dalla cessione dei cosiddetti “green certificate (ovvero crediti sulle emissioni che vengono scambiate con altre case automobilistiche che così rientrano nei parametri di sostenibilità). E, soprattutto, dalle plusvalenze sui bitcoin. Dunque non si tratta di un successo, ma piuttosto di un’abile alchimia di mercato (lecitissima, per carità) che ha dato una bella mano di bianco. Ma a mano a mano che le aziende automotive continueranno a produrre veicoli sempre più verdi, che cosa se ne faranno dei green certificate di Tesla?

Proprio i green certificate sono alla base di un’operazione di “big short” da parte di Michael Burry, un trader spregiudicato capace di predire la crisi dei mutui subprime. Secondo il finanziere, il business di Tesla è destinato a non reggere nell’urto. Per questo ha “shortato” 800mila azioni del gruppo, per un controvalore a oggi di 530 milioni di dollari. Quello che non si sa, e che agita i sonni di Elon Musk, è quando è stata fissata la data per la vendita. E se per allora il titolo dovesse aver ulteriormente perso, Burry si assicurerà una bella plusvalenza, mentre l’imprenditore sudafricano dovrà iniziare a guardarsi le spalle.

Anche perché nel frattempo c’è un mostro enorme che spaventa Tesla: il Dragone. In Cina, infatti, la progressiva esplosione della classe media ha convinto le autorità che non si potesse passare da veicoli alimentati a energia tradizionale per far muovere i cinesi, altrimenti la situazione sarebbe stata drammatica. E si è quindi scelto di puntare fortissimo sull’elettrico. Sono decine i player più o meno grandi che stanno portando avanti progetti di questo tipo. 

(Segue: le difficoltà di Tesla in Cina)

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