Tim, il prezzo scende ma Poste non compra. Ecco perché
Il titolo Telecom è ampiamente sotto il livello di 6,65 euro ma Poste, pur potendo arrotondare la sua quota fino al 90% (per arrivare al delisting di Tim da Piazza Affari) dal circa 87% attuale, non compra. Poste punterebbe soprattutto ad attivare le strategie necessarie per arrivare a una integrazione industriale, prima che azionaria, delle due società.
Questo è il pensiero degli analisti di Equita che in un report sottolineano che l’azienda guidata da Matteo Del Fante mostra un approccio flessibile nell’aumentare la partecipazione in Telecom, dato che le sinergie prospettate, circa 700 milioni a regime, possono essere attivate comunque nei tempi previsti anche senza delisting.
Ovviamente tutto passa dal management. E, mentre Pietro Labriola resta al suo posto mantenendo le deleghe per la strategia, la settimana scorsa è scattata la prima riorganizzazione della struttura manageriale del gruppo, a seguito della decisione di Elio Schiavo (a capo di Tim Enterprise) e Leonardo Capdeville (responsabile delle tecnologie) di lasciare il gruppo, esercitando clausole di “change of control” contrattualizzate.
Da oggi, al posto di Schiavo, a capo dell’importantissima divisione Enterprise sul cui sviluppo l’ad di Poste Del Fante conta molto, c’è Mirko Mischiatti, manager che proviene direttamente da Poste, dove era arrivato nel 2020 come capo dell’area Digital, Technology e Operations che è stata fondamentale per la trasformazione tecnologica del gruppo. Claudio Ongaro invece era già in Tim come Chief Strategy Officer (deleghe che passano a Labriola) e diventa, da oggi 19 ottobre, Chief Technology Officer della società telefonica.
Tim con Poste diventerà una società con ricavi aggregati complessivi per 27 miliardi di euro e 150mila dipendenti, con obiettivi industriali di sinergie per 700 milioni di euro. Ossia la stessa cifra che comporta la vendita di Sparkle, la società dei cavi sottomarini.
La cessione della controllata (prima di Tim, ora di Poste) alla cordata formata da Retelit (fondo Asterion) e Mef, ossia il governo italiano, che resterebbe azionista al 70%, era stata decisa ad aprile 2025 ma non ancora realizzata a causa dei numerosi rinvii del closing dovuti al mancato via libera dell’Autorità Usa. La lunga procedura autorizzativa, in corso da oltre un anno negli Stati Uniti, è causata dalla strategicità di Sparkle, dato che sulla rete sottomarina passano dati sensibili su rotte internazionali.
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