Raccontano che nella delicata trattativa tra governo italiano ed Europa sulla maggiore flessibilità per il costo dell’energia, un ruolo fondamentale lo abbia svolto Raffaele Fitto, il vicepresidente esecutivo della Ue. E sempre i soliti bene informati raccontano che Giorgia Meloni accettò, a malincuore, di nominarlo alla commissione, rinunciando alla sua abilità nel delicatissimo dossier del Pnrr, proprio perché fu convinta che lui e solo lui sarebbe stato unico in grado di ammorbidire le rigidità della commissione europea. E alla luce dei risultati fin qui conseguiti, la previsione sembra essere azzeccata. “Fitto sa muoversi benissimo in Europa, conosce benissimo i meccanismi di Bruxelles, e poi come Meloni è abituato a studiare a fondo i temi che lo riguardano, E all’interno della commissione il giudizio positivo su di lui è unanimemente positivo. Qualcuno di voi ha più sentito parlare della Terse Ribeira che avrebbe in teoria dovuto essere la donna forte della commissione, per non parlare del francese Stephane Sejourne. È proprio il vostro Fitto che sta assumendo il ruolo di consigliere più ascoltato dalla presidente all’interno del collegio” dice una qualificata fonte della commissione europea. La cosa paradossale è che la sua avventura alla commissione europea nell’estate del 2024 era cominciata in salita, con mezzo parlamento contrario alla sua nomina come vicepresidente esecutivo, per la sua appartenenza ad un partito conservatore. Il suo iter di approvazione è stato certamente complicato, ma una volta superato l’ostacolo ha saputo farsi apprezzare anche da chi era contrario alla sua nomina. Il suo compito era quello di gestire una riforma, quella della coesione, resa ormai necessaria sulla principale fonte di finanziamento del bilancio Ue.
Dopo anni di sprechi e inefficienze, i fondi di coesione avevano bisogno di un profondo restyling che devono tenere in giusto conto i profondi cambiamenti, che la nuova situazione geopolitica richiede. Fitto, così come già fatto con il Pnrr italiano, quando era ministro degli Affari europei, non si è certo fatto spaventare dalla sfida imponente che lo attendeva. Sul Piano nazionale di resilienza e ripresa, ha agito con tempestività, rimodulando il piano sulla base delle esigenze dettate dai tempi e dai costi delle opere a cui i fondi avrebbero dovuto essere destinati. Lo stesso principio, il politico di Maglie lo ha adottato nel trattare la patata bollentissima dei fondi di coesione. Perché è evidente che il modo in cui venivano regolati e gestiti i fondi, non funzionava (sempre ammesso che l’abbia mai fatto) e la cosa era resa evidentissima proprio dall’esperienza italiana. Risorse spesso poco e male utilizzate dalle Regioni, a causa dei ritardi burocratici, della troppo frammentazione dei circa 38 programmi, e della incapacità nel mettere a terra progetti validi. Spesso i tanti soldi (per il 2021-2027 circa 42 miliardi di euro) sono spesi in attività di promozioni (sagre, viaggi all’estero, opere spesso inutili) che poco o nulla hanno a che fare con il vero obiettivo di simili fondi. Ecco allora che quando Raffaele Fitto, qualche giorno fa ha inviato ai 27 stati dell’Unione, una lettera, in cui li invitava a sfruttare le risorse della coesione, per far fronte all’emergenza energetica, scoppiata a causa della guerra in medio oriente, ha sorpreso la levata di scudi di tutti o quasi i presidenti di regione. Particolarmente duro è stato il presidente della Emilia Romagna, Michele Pascale che ha definito la proposta di Fitto una presa in giro, perché “sono risorse che, una volta spostate, l’Italia dovrebbe coprire in altro modo». ha rincarato la dose la governatrice grillina della Sardegna, Alessandra Todde: “Una proposta totalmente sbagliata e illegittima. Ci batteremo in tutte le sedi opportune per evitare che sia sottratto ai sardi anche un solo euro”. Ma anche dal comitato delle Regioni europeo la reazione è stata veemente “Indicare i fondi di coesione come bancomat di emergenza, ancora una volta, trasforma la politica di investimento in un’aspirina”, ha scritto su X la presidente, l’ungherese Kata Tutto.
Pronta anche se come è nel suo stile, in modo molto diplomatico la risposta del vicepresidente esecutivo Fitto: “Sono sorpreso da alcune reazioni all’iniziativa con cui apriamo a soluzioni concrete capaci di aiutare cittadini e sistema produttivo ad affrontare il peso della crisi energetica. Ma la reazioni delle Regioni ha irritato non poco anche Giorgia Meloni, che avrebbe volentieri evitato al suo commissario questa polemica, in una fase così delicata come quella attuale, dopo la richiesta italiana di maggiore flessibilità sui costi di energia da parte dell’Europa. Fitto, secondo molte autorevoli fonti europee, sta cercando dall’interno di scalfire il muro di inflessibilità che ha contraddistinto la commissione nell’ultimo decennio almeno. Anche la sua strategia “right to stay”, a detta di molti osservatori, è un altro tassello per aiutare, nell’ambito della politica della coesione, quelle zone più svantaggiate, ed è chiaro che il pensiero corre al sud Italia, dove con ogni probabilità si decideranno le elezioni del prossimo anno.
La nomina di Giosy Romano, un suo uomo di fiducia al dipartimento del sud, rappresenta un chiaro segnale del fatto che si voglia proseguire sul solco lasciato proprio da Fitto, durante la sua esperienza di governo. E quindi puntare sulla semplificazione e sulla flessibilità per favorire la crescita, come sta dimostrando l’esperienza della Zes unica, guidata proprio dallo stesso Romano, e che ora si sta pensando di estendere a tutta Italia. Mentre sui fondi di coesione per il momento proprio l’eccessiva frammentazione dei programmi, le pletoriche regole burocratiche, ostacolano la spesa efficiente di fondi che sono nati nel lontano 1993, per opera di Jacques Delors, allora al suo terzo mandato da presidente della commissione europea, che introdusse per primo il principio di solidarietà economica e sociale, proprio per agevolare ed aiutare le zone europee svantaggiate. L’idea di Fitto è quella di inglobare in quattro grandi aree tematiche quelli che erano prima gli oltre 540 (sì avete capito bene) tra programmi regionali e nazionali dell’Unione Europea.
Ma su questo si devono superare ancora quelle sacche di resistenza legate ad interessi di parte e rendite di posizione, che proprio dalla eccessiva frammentazione e burocratizzazione traggono grandi vantaggi. E non è quindi sorprendente che alcuni enti locali stiano facendo resistenza al lavoro del vicepresidente esecutivo, malgrado sia proprio Fitto, quello che si sta battendo di più, a livello europeo, proprio per evitare che le Regioni contino di meno nel processo di governance dei fondi di coesione. La presidente della commissione vorrebbe infatti centralizzare maggiormente a livello di Stati nazionali la gestione dei fondi. E questo dimostrerebbe quindi anche la sua buona fede della sua azione, che mira proprio a favorire le Regioni, che sono sempre le maggiori beneficiarie della politica di coesione. Ed è anche in questa ottica che si inserisce la sua nuova strategia del right to stay, una politica di rafforzamento delle aree interne e ultra periferiche del continente per combattere il loro spopolamento” dice una fonte diplomatica della commissione europea, molto vicina al commissario italiano. Insomma a Roma si guarda con sempre maggiore attenzione al proprio commissario e alle sue riforme, e alle sue ricadute sugli Stati. Perché e questo Chigi lo sa bene, per risolvere le gravi emergenze economiche generate dalle crisi geopolitiche, mai come ora c’è bisogno dell’aiuto dell’Europa.

