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Economia
Quer pasticciaccio brutto dello smart working

In barba alle prescrizioni normative che prevedono “autonomia organizzativa” per gli enti locali e che individuano nel dirigente il “datore di lavoro”, attribuendogli rilevanti responsabilità, anche in occasione del cosiddetto “lavoro agile”, si è manifestato in pieno il più grande problema della pubblica amministrazione italiana: la pretesa di dirigerla in modo centralistico, con logiche di sospetto e con gli stessi metodi, sia per i piccoli comuni, sia per le metropoli.
Non è la prima volta che questo copione viene messo in atto, costringendo così amministrazioni geograficamente e dimensionalmemte (soprattutto socialmente) diverse, a sentirsi obbligate a mettere in atto le stesse prescrizioni, peraltro concepite, ancora una volta, da esperti che, oltre a fare sfoggio di saccenza manageriale e riferimenti a metodi da manuale, rivelano in modo palese di non aver alcuna conoscenza delle pubbliche amministrazioni che dovranno applicare quelle disposizioni.
Peraltro, il cosiddetto “lavoro agile”, il cui aggettivo é rigorosamente inadeguato a descrivere la complessità della nuova modalità, potrebbe essere un'importante occasione per ripensare i modelli organizzativi che tradizionalmente caratterizzano le pubbliche amministrazioni, rivedendone i sistemi di direzione e responsabilità, oltre che le modalità di riconoscimento delle “premialitá”, oltre che, soprattutto, il necessario allineamento delle competenze e delle professionalità.
Non possiamo nascondere che nelle pubbliche amministrazioni, oltre a una folta schiera di lavoratori onesti e coscenziosi e professionisti responsabili, si nasconde anche un numero “non irrilevante” di persone in condizione di “parcheggio esistenziale” o peggio, di “protezione permanente”.
Però é sbagliato, come annunciò malauguratamente Brunetta, inseguire i fannulloni: é più logico avviare processi che portino alla funzionalità organizzativa, in modo da rivelare chi ne fa parte e chi no.
Lo Smart working, al netto del termine propagandistico, potrebbe essere una buona occasione per “bonificare” la PA e valorizzarne il ruolo dei singoli e nel suo complesso.
Ma, non me ne vogliate, il modo con cui viene “guidata dall'alto” questa transizione, lascia intendere, che sarà l’ennesima occasione di caos e conflitto sociale, all’interno delle PA e all’esterno.
Le nuove disposizioni (Decreto ministeriale e linee guida) non promuovono la diffusione di una modalità funzionale, orientata al miglioramento delle pubbliche amministrazioni, quanto invece un cervellotico sistema che si caratterizza per un tortuoso labirinto tra terminologie come “fare but close” e prevedendo (come nessuna azienda farebbe) l’esigenza di negoziare con il lavoratore i compiti assegnati. E a ciò si aggiunge la pretesa che tutti gli enti, di qualsiasi dimensione, sono obbligati a organizzare il lavoro “remoto” con le stesse percentuali minime.
É ancora una volta replicato il copione del dirigismo tecnicistico-manageriale che pretende di governare un Paese intero con un solo modello, fino a ritenere “fuori legge” chi non vi si adegua, piuttosto che “fuori da ogni logica” chi lo propone.
Qualcuno dovrebbe spiegare che le “esigenze” di lavoro a distanza e gli eventuali rischi di contagio sono diversi a seconda che si tratti di un Comune con pochi abitanti e lontano dalle fasce metropolitane, rispetto ai Comuni con milioni o centinaia di migliaia di abitanti, immersi nel traffico caotico e nell’ingolfamento dei trasporti. Insomma, potrebbe funzionare per qualche decina di enti sugli 8000 Comuni.
Non c’è, infatti, alcuna ragione di obbligare chi abita di fronte alla casa comunale, ed é uno dei cinque impiegati dell’ente, a dovere organizzare la propria abitazione per “lavorare da casa”.
Ci sono invece buone ragioni per richiederlo a chi deve affrontare lunghi e complessi spostamenti.
La stessa questione si pone per gli obblighi, previsti nelle linee guida, di coinvolgere Commissioni paritetiche e responsabili della transizione digitale, in realtà che non dispongono di questi “istituti”, ma non per questo sono inefficienti.
Già immaginiamo infinite riunioni e contrattazioni, contestazioni e richieste di garanzie, pareri all’Aran e alla funzione pubblica, proteste e denunce... e pensare che doveva chiamarsi “lavoro agile”
L’agilità richiesta al “lavoro” dovrebbe essere assicurata anche alla organizzazione, altrimenti é la solita occasione perduta.

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