UniCredit in gran spolvero a Piazza Affari, dopo l’annuncio dei dati del secondo trimestre dell’anno (utile netto di 1 miliardo, ricavi totali per 4,9 miliardi, margine d’interessi di 2,7 miliardi), apparsi “di buona qualità” per Equita Sim e caratterizzati da “forti trend operativi” come aggiungono gli analisti di Keefe, Bruyette & Woods e grazie alle parole del Ceo Jean-Pierre Mustier su possili dismissioni e acquisizioni future.

Mustier, dopo aver confermato che l’istituto è in grado di raggiungere tutti i target 2018 e 2019 se lo spread Btp-Bund (costato uno 0,30% di Cet1, calato al 12,51% a fine trimestre) si manterrà sui livelli attuali, ha fatto notare che il piano attuale, in scadenza a fine 2019, è basato unicamente su ipotesi di crescita organica (vista la priorità data al contenimento dei costi e alla pulizia di bilancio, ndr), mentre il prossimo potrebbe anche considerare una crescita per linee esterne, ossia tramite fusioni e acquisizioni, un argomento sinora considerato “taboo”.
Mustier ha precisato anche che da qui alla fine del prossimo anno il gruppo non cederà altri asset operativi come Yapi Credi, su cui pure erano circolati ripetute indiscrezioni circa una possibile vendita, mentre potrebbero essere ceduti immobili o partecipazioni classificate come “finanziarie”. Guarda caso quella in Mediobanca, di cui Unicredit è primo socio con l’8,4%, è appunto classificata come partecipazione finanziaria, ma su Piazzetta Cuccia (che a settembre vedrà aprirsi una finestra per lo scioglimento anticipato del patto di sindacato, altrimenti destinato a scadere alla fine del prossimo anno) Mustier non ha proferito parola.

Quanto alla potenziali future prede il manager non ha fatto ovviamente alcun nome, ma ha precisato che le probabilità di assistere ad una fusione transnazionale nei mesi a venir “sono molto basse, quindi non trattenete il respiro nell’attesa”. “Ce ne saranno davvero molto poche”, ha poi concluso, segnalando come “riguarderanno per lo più istituti di piccola taglia”.
Se così fosse ogni ipotesi di nozze in salsa francese con Societe Generale, gruppo di cui per anni lo stesso Mustier fu uno dei top manager, andrebbe archiviata. Posto che anche l’eventuale acquisizione di Commerzbank (la cui trimestrale, al contrario di quella di Unicredit, è apparsa nuovamente deludente, evidenziando il sussistere di una situazione problematica) era stata definita “non nei piani” nei mesi scorsi in alcune interviste sulla stampa tedesca, le potenziali prede di Mustier sembrano necessariamente dover essere italiane.
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Viste le dimensioni di Unicredit, la razionalizzazione portata avanti a livello di filiali e la pulizia di bilancio tuttora in corso è difficile immaginare che il gruppo possa farsi tentare dall’entrare in partite delicate come Banca Carige o Mps. Piuttosto si potrebbero pensare ad acquisizioni mirate per migliorare la sua offerta al segmento delle Piccole e medie imprese, oppure per rafforzarsi in ambito Fintech: Unicredit è del resto tra le 10 banche europee che hanno dato vita al consorzio We-Trade per svilupapre la blockchain e le tecnologie ad essa connesse in modo da aumentare la trasparenza e l’efficienza dei servizi finanziari.
A proposito di tecnologia: nel corso della conference call Mustier non ha risparmiato una “bacchettata” a Facebook. Finché il social network, che secondo alcuni starebbe cercando da settimane di convincere grandi istituti americani come Jp Morgan Chase, Wells Fargo e Citigroup a fornirgli l’accesso alle informazioni della clientela, non avrà un comportamento “eticamente accettabile”, Unicredit non avrà più alcun tipo di rapporto commerciale.
Niente più sponsorizzazioni, dunque, una decisione su cui ha pesato lo scandalo Cambridge Analytics: “Facebook aveva garantito che non avrebbe usato i dati dei suoi utenti e invece lo ha fatto”, al contrario di Unicredit, che “non condivide i suoi dati con nessuno” ha tenuto a sottolineare Mustier. Il divieto non vale peraltro per la fanpage dell’istituto, che vanta oltre 550 mila “like” ed è puntualmente aggiornata.
Luca Spoldi

