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Unicredit, l’aumento sarà maxi. E spunta la fusione con SocGen. Rumors

Unicredit sotto i riflettori a Piazza Affari dopo le voci che parlano di un aumento di capitale da 13 miliardi. E rispuntano le nozze con Societe Generale

Unicredit, fari puntati sul titolo a Piazza Affari, dopo che Reuters ha riferito come secondo fonti vicine alla vicenda la banca guidata da Jean Pierre Mustier potrebbe alzare decisamente l’asticella e varare un aumento di capitale non da 5-8 miliardi come si era finora ipotizzato ma tra i 10 e i 13 miliardi di euro. Una voce che in altre circostanze avrebbe fatto forse crollare i prezzi ma che stamane, grazie anche alla conferma del rating sovrano italiano data da Standard & Poor’s venerdì a mercati chiusi, non produce alcun effetto, tanto che il titolo oscilla a metà giornata appena sotto i 2,30 euro per azione, in rialzo di un quarto di punto percentuale rispetto alla chiusura di venerdì scorso.

Non è comunque solo la voce di un aumento di capitale a tener banco: nelle ultime ore è infatti rispuntata l’idea, già ventilata anni or sono ma mai approdata a nulla di concreto, di una fusione tra Unicredit e Societe Generale, ipotesi che non esalta gli analisti né il mercato dato che eventuali sinergie sui costi sarebbero modeste, non essendovi tra i due gruppi significative sovrapposizioni.

E ancora: sul fronte cessioni non si registrano novità, ma più passa il tempo più si avvicina il momento in cui Mustier dovrà chiarire il destino della partecipazione in Bank Pekao e in Pioneer Asset Management. Al momento la cessione di entrambi gli asset appare scontata e se le cifre circolate nelle ultime settimane saranno correte per il gruppo potrebbe significare almeno altri 5 miliardi di euro di mezzi freschi, cosa che farebbe potenzialmente affluire fino a 15-18 miliardi di euro in caso l’aumento-monstre (vicino all’attuale capitalizzazione di 14,1 miliardi) si materializzi.

In questa eventualità, hanno subito commentato gli analisti di Goldman Sachs, il Core equity Tier 1 (Cet1) migliorerebbe tra il 3,9% e il 4,6%, partendo dal 10,82% di fine settembre, in realtà già destinato a salire all’11,2% a fine anno grazie alle cessioni avviate ma no finalizzate nel terzo trimestre (+0,25%) e agli utili del terzo trimestre non inclusi nel calcolo del Cet1 (+0,10%).

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Il totale di tutte le azioni sopra ipotizzate porterebbe il Cet1 a balzare al 15%-15,8% prima della cessione dei 20 miliardi di Npl o più di cui da tempo si discute. Un livello molto più alto di quanto si attendeva il mercato (gli uomini di Goldman Sachs ipotizzando un aumento attorno ai 9 miliardi di euro di cui circa la metà sarebbe servita per alzare al 12% il Cet1 e l’altra metà per svalutare e cedere gli Npl) che sembra legarsi alla volontà della Bce di alzare decisamente i requisiti minimi dall’attuale 10,75% al 14%.

Due punti percentuali in più di Cet1 richiederebbero effettivamente circa 8-9 miliardi in più di mezzi freschi, cosa che porterebbe a un sostanziale raddoppio dell’aumento di capitale, fermo restando le cessioni di Bank Pekao e Pioneer Investment per almeno 5 miliardi di euro complessivi. La più elevata diluzione che comporterebbe un aumento di queste dimensioni sarebbe secondo gli esperti di Goldman Sachs compensata dalla pulizia accelerata delle perdite anche delle attività “non core” del gruppo e quindi da un più rapido ritorno alla distribuzione di utili agli azionisti.

Se però apparisse chiaro che la più elevata richiesta di capitale fosse legata solo alla necessità di alzare ulteriormente le coperture sugli Npl, la reazione del mercato dovrebbe essere negativa: il fatto che per ora non lo sia stata pare dipendere non tanto dalla fiducia nell’azione del management o dall’attesa di operazioni di aggregazione con altri soggetti a livello europeo (la “pista francese” non gode di particolare credito al momento), quanto dall’incertezza circa la strategia del gruppo, che sarà sciolta solo il prossimo 13 settembre con la presentazione del nuovo piano industriale, e dall’incertezza sul risultato e sulle conseguenze, specie nel caso di una vittoria del “no”, del referendum costituzionale italiano del 4 dicembre.