Un toccasana per i democratici di Barack Obama alle prese con le elezioni di midterm in cui la sinistra americana rischia di perdere anche la maggioranza al Senato. L’ufficio statistico americano ha comunicato il Pil è salito del 3,5% annualizzato nel terzo trimestre, contro il +4,6% del secondo trimestre e il -2,1% dei primi tre mesi, ma un dato ampiamente superiore alle attese degli analisti che prevedevano un incremento del 3%. Così, se l’Europa rischia di ricadere in recessione, l’America invece continua a crescere al di là delle previsioni.
Nel trimestre gli investimenti aziendali sono cresciuti del 7,2% mentre un importante contributo è venuto dall’interscambio commerciale, che ha aggiunto 1,32 punti percentuali grazie al calo delle importazioni (-1,7%) e al contemporaneo aumento delle esportazioni (+7,8%). Senza contare – spiega il Dipartimento per il commercio americano – l’aumento delle spese militari che hanno fatto registrare il più grande balzo da cinque anni a questa parte. La spesa per i consumi rallenta invece da +2,5% a +1,8%, riequilibrata dal calo del prezzo della benzina.
La comunicazione del dato sul Pil del terzo trimestre arriva all’indomani della decisione della Federal Reserve di porre fine al Quantitative Easing attraverso l’acquisto di titoli obbligazionari e immettendo liquidità nel sistema. Investitori e analisti si interrogano ora sui tempi di un rialzo dei tassi di interesse. Nel comunicato finale di ieri, la Fed ha mantenuto la formula del “considerevole tempo” che manca alla stretta, precisando tuttavia che le sue scelte dipenderanno dall’evoluzione del quadro economico, in particolare da inflazione e disoccupazione. Un miglioramento più rapido del previsto di entrambi gli indicatori potrebbe accelerare il rialzo dei tassi, ma è vero anche il contrario: un peggioramento dell’economia farebbe rallentare la stretta. La maggior parte degli analisti è ancora convinta che il primo rialzo dei tassi non avverrà prima della seconda metà del 2015.
