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Spettacoli
Måneskin, Afghanistan, medaglie: successi e bluff di un'estate italiana

Orbene si metta bene in chiaro fin da subito: chi non aveva fatto il tifo per i Måneskin, detti Moneskin o Maneskin che siano, non è figlio di Maria non è figlio di Gesù quando muore va laggiù. Sì perché oggettivamente non solo erano i più carismatici allo scorso Sanremo e poi all'Eurofestival, ma chi negasse che sian bravini e bellini sarebbe più svalvolato dei look di Damiano e dei tacchi di tutti e quattro, e lì non ci son santi. 
Questa estate, anzi questa primavera era partita con un certo ottimismo, tra nuovi e glitterati vaccini anti-Coviddi per la salvazione a spruzzo, un gruppo rock italiano che piace sia in Italia che fuori, caso di per sé unico; quasi dei piccoli Doors e una piccola riscossa di NOIGGGIOVANI, e pure del ROCK, perché no. Già il rock, questo residuo postbellico dei tempi di Eisenhower, Kennedy e Carter, quando ancora gli americani erano gli americani e perfino gli inglesi erano ancora gli inglesi. Sì insomma, prima della era della "cancel-subculture", di StruNp, RimbamBiden e del crollo dell'Occidente all'aeroporto di Kabul.

Bei tempi signore e signori, quando ancora NOI SUPREMATISTI BIANCHI (sì, maiuscolo, così i più fessacci forse hanno il sospetto che sia a sfottò) governavamo il mondo. 
Erano i tempi di Gianni Morandi, dei Beatles e Rolling Stones; e non a caso il batterista degli Stones Charlie Watts è morto l'altroieri. Sì va bene, facile vedere la fine di un'era ogni volta che passa al Creatore un simbolo ormai ottuagenario. Sarà, ci s'ha bisogno di epitaffi ed epigrafi, di mitologia, noi scimmie fintopensanti. Dopo aver forse sterminato e forse assorbito i Neanderthal noialtri ci s'è messi in testa di avere idoli anche umani, oltre che rupestri e immaginifici. Miti contemporanei: i Doors che stanno al Vietnam come i Måneskin stanno all'Afghanistan. Beh, adesso non esageriamo però eh. 

Si diceva di quanto fosse strana la atmosfera di una presunta ripartenza dopo mesi di ambasce coviddare, non solo con nuove speranze ma persino con una novità musicale internazionale, che facesse da necessaria colonna sonora dei tempi. Ma qui già si vedeva, o meglio si intravedeva la mezza fregatura. I Måneskin son tanto simpatici e à la page, ma cover a parte, le novità vere e proprie le potrebbe vedere solamente un teen ager medio venuto su a rap di perifa e tormentoni estivi di amabili strappone in salsa sudamerichese. Più che Maneskin Manierist: nel suono, nella musica, nelle voci, nel sembiante. Bravi sì, ma la rielaborazione creativa è il minimo sindacale per piacere, altro che Jim Morrison, ovviamente, né i simpatici ragazzi romani lo pretenderebbero, ci mancherebbe, bontà loro.
E va bene così, deo gratias, dopo anni di logorrea mono-tono di copie di mille riassunti di generi già stracopiati dall'oltreoceano per giunta di decenni fa, in bragoni lunghi, canotte da basket e cappellini storti con fraseggio compulsivo.

E poi, anche un po' out of the blue dopo anni di calci presi nel sedere, la Nazionale di calcio di Mancini che vince gli europei posticipati. Bravura sportiva, forse un pizzico di fortuna strameritata, entusiasmo popolare breve ma frizzante. E qui la fuffa piccola o grande non c'è: son stati in gamba e stop, end of story. Ma a seguire l'altro posticipo di Olimpiadi: pronti! Medaglie a raffica o quasi, il colpaccio dell'oro sui cento metri, un'Italia sportiva quasi sempre meno da rotocalco (nei tanti sport meno seguiti) che nonostante corra sulle gambe praticamente delle sole Forze Armate riesce a posizionarsi ai vertici non solo europei ma mondiali. E proprio qui si vede se non il bluff almeno la magagna: in Italia lo sport lo pagano le famiglie e le FFAA, mentre nel resto del mondo sviluppato è la Scuola che forgia gli atleti migliori fin da bambini. Impietoso il paragone con il Regno Unito o con la Australia (i lions con popolazione analoga, i kangaroos con meno della metà), con gli angli questa estate bersaglio di perculi italici per essere arrivati spesso secondi. Si vada a vedere il numero di ori e il medagliere sul totale. Il sistema scolastico e universitario italiano come sempre ottocentesco, anche nello sport? Forse meglio del Botswana, col consueto rispetto, ma siamo lì. Anzi forse il Botswana rispetto all'ottocento si è evoluto. Quindi anche qui, altro che Doors, la versione italiana ha il fiato corto pur vincendo, ogni volta un po' per miracolo. 

Ma alla fuffa vera e al bluff ancora non ci si arriva: ci si arriva col finale di stagione e con l'inizio di stagione nuova. E niente paura: lasciando poi perdere le gestioni pandemiche sempre più demenziali e contraddittorie, ma lì se restiamo ai vertici della cialtroneria non siamo certo soli alla meta. 

Invece con i vent'anni di intervento militare italiano in Afghanistan e con la fuga da Kabul è pur vero che non ci siamo scoperti essere dei meri ascari degli yankee (anzi con paragone più calzante diremmo quasi dei veri e propri COMANCHEROS, e chi non sapesse chi fossero costoro se lo googli in proprio o si trovi un albo di Tex Willer) poiché lo sapevamo anche prima. Yes, siamo uno stato satellite e NO, gli interventi militari in Iraq e Afghanistan comunque NON sono affatto stati inutili né lo sono ora e sempre: le truppe italiane dopo vent'anni di impegno bellico sono finalmente se non alla altezza di
quelle inglesi e francesi, almeno competitive, seppur in tono minore. Peccato però che per fare da sottopancia agli americani, che alla fine si sono ritrovati un nuovo Vietnam ma di molto più problematico nelle conseguenze a breve e lungo periodo, ci siamo dimenticati del pianerottolo di casa nostra, la Libia, dove OPS, mannaggia, non potevamo mandare neanche mezzo ascaro coloniale, perché per carità, da bravo Stato satellite gli interessi del PADRONE vengono sempre prima dei nostri, persino quando sono vitali come in Libia, che oltre ad essere un pianerottolo è pure un tantino gonfio di idrocarburi e centro di rotte energetiche e geostrategiche non solo a benzina verde e blu. 

Sì certo, anche lì non siamo i soli a fare figure da pagliacci, dopo le epopee passate e presenti di OBama Bon Laden, Ronald-Donald McTrump e Sleepy Joe-Make Taliban great again. Noi il tycoon non-self made man non ce lo abbiamo più: ora abbiamo il banchiere apparatnik europeo e al vertice d'Europa la dimissionaria finta statista SMerkel e l'ex golden boy Macron-démission, come lo chiamano chez lui. Che fortuna eh? 

Mi sa che come ritratto della possibile, anzi probabile fine del dominio dell'Occidente, politico, militare e morale, ce ne è a vagonate che dirigono dritti verso tempi duri, a partire da questo autunno. 

E anche lì, altro che Jim Morrison: nei gloriosi anni ottanta Cristiano De André, figlio di Fabrizio, fondò un gruppo di ultra-manieristi-copia dei DIRE STRAITS, già nel nome, appunto TEMPI DURI. Si direbbe che il rock scopiazzato in tal senso ritorna anche qui come un mantra ricorrente che ci parla di un passato sempre migliore del presente.

Ma neanche quella bella musica torna mica, almeno per ora.

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