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Esteri

di Gianni Pardo

Se le trattative per un accordo durano mesi e mesi, è segno o che i negoziatori non vogliono giungere ad un’intesa, oppure che una seria intesa, se pure basata su un compromesso, è impossibile. È il caso degli infiniti negoziati israelo-palestinesi. Invece i 5+1 (Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito + Germania) l’accordo con l’Iran l’hanno raggiunto, anche se ancora esso deve essere ratificato dal Congresso degli Stati Uniti (in cui il Presidente Barack Obama non ha la maggioranza). Come si sa, riguardo a questo accordo, Israele ha protestato con quanto fiato aveva in corpo, e senza lesinare le parole forti: l’Iran è stato addirittura definito uno Stato terrorista. Ma, in concreto, per giudicare un simile trattato non soltanto bisognerebbe avere la copia originale, ma bisognerebbe anche essere esperti della materia. Figurarsi dunque se lo si può giudicare leggendo gli scarsi comunicati d’agenzia.
È tuttavia certo che mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica può chiedere di controllare anche i siti militari, l’Iran ha il potere di negare tale controllo. Dunque l’Iran non ha assunto nessun serio impegno e le proteste di Israele sono giustificate. Per riportare le parole del Corriere della Sera, “l’accesso [ai siti militari] non sarà automatico: non verrà necessariamente garantito oppure potrebbe essere consentito ma con ritardo”. Cioè gli iraniani hanno la possibilità di negare l’accesso, oppure, quanto meno, il tempo di rimuovere le prove della violazione degli accordi.

L’Iran non ha assunto nessun impegno e rimane dunque da capire perché la controparte abbia accettato di firmare un simile pezzo di carta, in cambio del quale l’Iran ottiene il vantaggio concreto della fine delle sanzioni e della possibilità di riprendere ad esportare petrolio. Una buona regola, quando si cerca di capire, è partire dall’idea che il prossimo non sia del tutto cretino. Dunque l’unica spiegazione che si può ipotizzare, per gli Stati Uniti, è che si siano rassegnati.
1. Le sanzioni fanno male all’Iran, economicamente, ma dopo tanto tempo non sono servite ad evitare la prosecuzione dei piani atomici militari
2. L’azione militare – cioè un blitz come quello con cui gli Israeliani, nel 1981, distrussero il reattore “Osirak” di Saddam Hussein – è impossibile, perché molti dei più importanti siti sono posti all’interno di montagne, e dunque al riparo da qualunque tipo di bombe.
3. L’unica soluzione sarebbe un attacco via terra, che sarebbe costosissimo, in termini economici e in termini di vite umane, perché il Paese è molto esteso. Inoltre esso sarebbe pericoloso per le eventuali difficoltà di transito attraverso lo stretto di Ormuz, vitale per il petrolio. Infine bisognerebbe prevedere un’occupazione militare di durata indeterminata. Come si vede, l’ipotesi è irrealistica. La stessa Israele, che è lo Stato che ha più da temere da questo programma, non è in grado di proporre nessuna azione risolutiva. Se non c’è modo di impedire all’Iran di proseguire il suo programma nucleare, perché non trarre il massimo da questo vicolo cieco?

Si concede all’Iran la possibilità di continuare a fare ciò che sta già facendo e nel frattempo si aboliscono quelle sanzioni che danneggiano l’Iran ma, ovviamente, anche tutte le imprese che avrebbero potuto commerciare con quel Paese. Inoltre, una nuova fonte di petrolio può servire ad abbassarne il prezzo. Infine e soprattutto, dal momento che l’Iran è sciita, e il sedicente Stato Islamico è sunnita, perché non usare l’uno contro l’altro? Dopo avere ristabilito normali relazioni diplomatiche, dopo essere riusciti ad avere l’aria di quasi alleati, perché non approfittare della coincidenza di interessi fra Iran e Stati Uniti, almeno in quello scacchiere?
Rimane un ultimo problema. Come comportarsi, col pericolo rappresentato da un’arma atomica iraniana? Gli Stati Uniti a questa domanda hanno due risposte: in primo luogo, dovrebbero preoccuparsene più gli Stati vicini che chi abita oltre oceano; in secondo luogo, molto semplicemente, se l’Iran tentasse di usare l’arma contro Israele dovrebbe mettere in conto una reazione che potrebbe andare fino allo sterminio dell’intera popolazione iraniana o quasi. Soprattutto dal momento che Israele non soltanto dispone dell’arma atomica, ma ha anche una capacità militare e dispone di un progresso nel campo degli strumenti informatici ad un livello inimmaginabile per Tehran. Ci sarebbe persino il rischio che la bomba iraniana sia distrutta in volo e quella israeliana (la prima) cada al centro di Tehran. In Iran saranno fanatici, ma non sono stupidi.
Rimane certo il problema della protezione di tutti gli altri Stati della regione, a cominciare dall’Arabia Saudita, che non hanno armi nucleari. Ma di ciò non si parla.

In conclusione si può essere lieti dell’accordo raggiunto a Vienna, purché si dica chiaramente che è nient’altro che un cambiamento di clima.

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