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Esteri
Afghanistan, le donne giudice nel mirino della violenza talebana
Lapresse

Il portavoce talebano Zabihullah Mujahid ha promesso rispetto dei diritti delle donne, ma "all'interno della legge islamica". Vista l'esperienza dell'interpretazione discriminante della sharia nessuno gli ha creduto, a parte qualche isolato politico italiano e Vladimir Putin. E’ bene ricordare a questo proposito che la Russia è tra i pochi paesi ad avere ancora una ambasciata sul suolo afgano. Ma il record di violenze ed omicidi perpetrati dagli “studenti del Corano” è noto a tutto il mondo.

Ora tra i rastrellamenti casa per casa alla ricerca di chi ha lavorato con gli stranieri un gruppo di donne sembra essere nel mirino dei tagliagole. E’ il gruppo delle donne che fanno di professione i giudici.

Non sono molte, circa 270 nel paese e rappresentano solo il 10% del numero totale di giudici. Ma, proprio perchè sono poche, costituiscono un importante segno di emancipazione e progresso rispetto all'“era dei talebani” (1996-2001). Un periodo buio, medioevale, in cui il governo proibiva tutto alle donne. Dai lavori più umili fino a professioni di grande responsabilità come quella del giudice.

E così adesso, alla resa dei conti con gli infedeli, le donne giudice sono sotto attacco in Afghanistan.

Sono considerate infedeli e soprattutto lo sono ancora di più se operano nel settore pubblico.

Ma cosa significano realmente le parole edulcorate del portavoce talebano Mujahid?

L’interpretazione particolare che i talebani hanno sempre fatto della “sharia” sta a confermare che i diritti delle donne saranno ridotti a zero.

Già adesso non si vedono più donne nelle strade di Kabul. Sono nascoste nelle cantine o in luoghi segreti difese da padri o mariti.

In diverse province, sono già stati resi pubblici avvertimenti a non uscire di casa senza un uomo accanto.

Fra l’altro talebani armati hanno impedito l'ingresso delle donne all’Università di Herat, nell'ovest del Paese.

Gli attacchi alle donne giudici non sono però nati con l’ultima occupazione.

I mesi passati avevano avuto pesanti campanelli d’allarme di quello che sarebbe stato il nuovo corso.

A gennaio sono stati assassinati due giudici della Corte Suprema di Giustizia in un veicolo ufficiale. Due morti che si aggiungono ad un lungo elenco di omicidi con autobombe contro molte persone degli uffici giudiziari.

Zakia Herawi era uno dei due magistrati assassinati a gennaio.

La famiglia e molti testimoni non hanno avuto dubbi su chi ci sia stato dietro l’omicidio. Un altro giudice,il giudice Hafizullah è stato assassinato a febbraio a Jalalabad. E adesso è immediato pensare che tutti i 270 giudici donne afgane siano in pericolo di vita.

Sta facendo molto rumore in questi giorni la storia raccontata dalla giornalista canadese Jaela Bernstien di un giudice di successo afgano. Il giudice, sapendo che i talebani dopo i membri dell’esercito avrebbero perseguito lei e le sue colleghe nonché  il personale giudiziario sta distruggendo qualsiasi prova della sua carriera decennale da giudice. Se i talebani trovassero prove la donna verrebbe giustiziata senza diritto di difesa.

Purtroppo sta diventando sempre più difficile scappare dal paese. Dopo l’esercito e le donne giudici sarà la volta dei leader sociali, dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti, delle minoranze religiose o dei membri della comunità LGBTQ.

Tutto questo è una certezza ed era assolutamente prevedibile. Per tale motivo il “modus operandi” degli Stati Uniti in primis costituisce una vergogna ed un marchio d’infamia per l’attuale presidenza di Joe Biden.

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