Disteso a terra, l’elefante Genghis Khan si sforza invano di rimettersi in piedi, riuscendo solo a girare su se stesso ripetutamente. Diventerà presto il ventesimo pachiderma nella regione di Amboseli, in Kenya, a soccombere a una misteriosa malattia. Chinandosi su di lui, i veterinari gli iniettano del glucosio, una misura palliativa data la mancanza di risposte sulla malattia di questo maschio di 11 anni, con gli occhi rossi e il respiro affannoso. Morirà meno di una settimana dopo.
Le mandrie di elefanti hanno reso famosa questa regione della savana del Kenya meridionale, dominata dal maestoso Kilimangiaro, la vetta più alta dell’Africa, che si erge oltre il confine con la Tanzania. Dalla fine di giugno, almeno 20 elefanti, per lo più femmine o giovani, sono morti in questa zona dopo aver manifestato gli stessi sintomi, in particolare una paralisi parziale che impediva loro di stare in piedi.
“Camminano e respirano con difficoltà, sono agitati“, descrive Patrick Papatiti, responsabile delle operazioni per le Terre Comunitarie di Olgulului, che comprendono la riserva di Kitenden B, dove è morto Gengis Khan. Quando “non riescono più a camminare” o a stare in piedi, “si sdraiano”, alcuni “lottano per un giorno, due o tre giorni, finché non muoiono”. Alla fine di luglio, il Kenya Wildlife Service (Kws) ha segnalato di aver rilevato elevate concentrazioni di cianuro nelle carcasse degli elefanti, suggerendo un possibile avvelenamento da pesticidi dopo che avevano consumato frutta proveniente da fattorie vicine. Tuttavia, diversi specialisti respingono l’ipotesi dei pesticidi. Resta il mistero e la preoccupazione.

