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Esteri
La verità sulla crisi della Russia

E’ allarme rosso a Mosca. La crisi in Ucraina, le relazioni sempre più tese con Europa e Stati Uniti, le rivolte islamiche alle frontiere e il crollo del prezzo del petrolio hanno ulteriormente aggravato il trend negativo dell’economia russa, in picchiata dal 2013. Motore della crescita degli anni 2000, l’energia si è ora trasformata in una spada di Damocle per l’economia russa. Il recente crollo del prezzo del petrolio, con il Brent sceso sotto quota $64 al barile, ha quindi rappresentato uno shock non indifferente per le prospettive di ripresa del paese, già provato dalla svalutazione del rublo e dalla fuga di capitali stranieri. Dopo la forte svalutazione del rublo negli scorsi giorni, il Cremlino cerca di correre ai ripari sul fronte degli investimenti.

 

La svalutazione del rublo

 

All’inizio di questa settimana , il rublo ha registrato un nuovo record negativo, perdendo circa il 6% nel corso della seduta e scivolando a 53,95 contro il dollaro e a 67,30 contro l'euro. Si tratta della caduta più brusca dalla crisi finanziaria del 1998. In un solo mese ha lasciato sul terreno il 26% contro euro e il 27% contro dollaro. Due anni fa l'euro comprava 40 rubli, oggi 58 (svalutazione del rublo del 45%) mentre il dollaro comprava 30 rubli, oggi 48 (svalutazione del 60%). Al prossimo meeting della Banca centrale russa, in programma l'11 dicembre, l'istituto potrebbe valutare di alzare i tassi di interesse per la quinta volta quest'anno. Per ora si è limitato a sostenere il rublo.

 

 

 

 

 

La fuga dei capitali

Secondo le previsioni la Russia perderà, nel 2014, 128 miliardi di dollari in investimenti. Lo scorso anno la fuga di capitali si era attestata attorno ai 60 miliardi di dollari, mentre nel 2012 aveva sfiorato i 57 miliardi di dollari. Nel paese restano per ora sicuri solo gli investitori istituzionali con collocamenti di lunga durata, ai quali certamente non conviene uscire ora.

Per cercare di frenare l’emorragia, ieri il premier Medvedev ha firmato un decreto che prevede la parziale privatizzazione di Rosneft, nella quale lo stato ridurrà la sua partecipazione dal 69% al 50%. Questa misura, prevista per il 2015, si è resa necessaria prima del previsto per recuperare capitali freschi e per ripianare una parte di debiti - provocati dalle sanzioni economiche occidentali - della principale società nazionale del petrolio.

La fuga dei capitali è stata determinata da concause di natura politica e geopolitica, ma anche da problemi strutturali dell’economia, quale la dipendenza dal settore energetico e le difficoltà nelle riforme. L’avvio della “stagnazione” economica russa è riconducibile al 2013, molto prima quindi della comparsa di rischi geopolitici. La Russia ha particolarmente sofferto di un rallentamento dell'economia globale e dei cambiamenti nelle valutazioni delle prospettive di crescita e di sviluppo delle economie emergenti. Nel periodo 2000-2008 l'economia russa cresceva del 7% annuo. La crescita del Pil nel 2013 è stata invece dell'1,3% e per il 2014 sarà solamente dello 0,2%. Secondo l’IMF, si può sperare in una timida ripresa l’anno prossimo, ma solo di misura. La crescita è infatti prevista, salvo complicazioni, dello 0,5%.

 

L’addio a South Stream

Durante la sua visita in Turchia, il presidente Vladimir Putin ha dichiarato che la Russia sospenderà la propria partecipazione alla costruzione del gasdotto South Stream. Motivandola ufficialmente come conseguenza della “posizione poco costruttiva tenuta dalla Commissione europea”, la decisione ha messo la parola fine su un progetto da 16 miliardi di euro per trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas russo all’Ue bypassando l’Ucraina.

Il progetto è nato per iniziativa di Gazprom ed Eni, che firmarono un Memorandum of understanding il 23 giugno 2007, e prevedeva una lunghezza complessiva di 3.600 chilometri, attraverso il Mar Nero, la Bulgaria, la Serbia, l’Ungheria e la Slovenia. Il gasdotto sarebbe terminato al confine italiano a Tarvisio. Un condotto secondario lo avrebbe collegato alla Croazia e alla Bosnia Erzegovina, mentre un altro ramo “South Stream Austria” era stato aggiunto al progetto originario a giugno del 2014. Ostacolato dalla Commissione Europea, il progetto era però appoggiato dai paesi dell’Europa orientale, che dipendono fortemente dalle importazioni di gas russo ( 98% Slovacchia, 92% Bulgaria, 77% Repubblica Ceca, 60% Ungheria, 52% Slovenia) e che sarebbero quindi i più danneggiati da una interruzione del flusso di gas.

I lavori, inaugurati dallo stesso Putin il 7 dicembre 2012, si trovano ora in una fase di stallo a causa del mancato via libera da parte della Bulgaria. La decisione di Putin, segno evidente delle tensioni tra Mosca e Bruxelles, potrebbe penalizzare ulteriormente l’economia russa che dipende per i due terzi del suo export dalla vendita di gas e greggio. Ufficialmente la causa scatenante è stato l’atteggiamento del governo di Sofia, che non ha ancora dato il via libera al passaggio del gasdotto sul suo territorio nazionale. Ma la volontà di sospendere la partecipazione alla costruzione del gasdotto può essere inserita in un più ampio piano di ottimizzazione degli investimenti da parte della Russia. I problemi di flussi di cassa, in questo momento di debolezza economica, costringono la Russia a tagliare ciò che risulta meno redditizio e già durante la fase di progettazione si sapeva che il gasdotto sarebbe risultato anti-economico nel breve periodo. In questo contesto già incerto, la previsione di consumi europei bassi, a causa della crisi economica e della crescita delle fonti di energia rinnovabile, rende poco allettante investire per chi sta costruendo l’infrastruttura. Infine la possibilità di vendere gas al mercato cinese, più redditizio di quello europeo per la sua crescita dei consumi, ha contribuito alla decisione. Attualmente la Russia è impegnata in una discussione con le autorità cinesi per la fornitura di 400 miliardi di dollari in gas in 30 anni, a partire dal 2018.

 

Come alternativa la Russia ha deciso di lanciare il progetto Blue Stream, che porterà il gas direttamente in Turchia con lo scopo di ridurre, anche se per poco, il transito per l'Ucraina e utilizzare i 25 miliardi di dollari degli investimenti già fatti. In questo complicato quadro a perderci è in primis l’Italia. Nonostante l’Eni, attraverso il suo amministratore Claudio Descalzi, cercasse negli ultimi tempi il disimpegno, con la decisione di Putin vanno in fumo i 2,4 miliardi di investimenti già effettuati dal nostro paese.

Da http://www.ispionline.it/

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