Board of Peace, l'esperto non ha dubbi: “Una svolta, per la prima volta la risposta non è l’attacco militare. L’Italia? Non può mancare” - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 20:05

Board of Peace, l'esperto non ha dubbi: “Una svolta, per la prima volta la risposta non è l’attacco militare. L’Italia? Non può mancare”

Intervista a Arduino Paniccia, analista di strategia militare e di geopolitica

di Federica Leccese

Board of Peace: “Svolta strategica, per la prima volta la risposta non è l’attacco militare", parla l’esperto

Dopo la nascita del Board of Peace, il nuovo organismo da 5 miliardi di dollari promosso dall’amministrazione di Donald Trump, il dibattito internazionale si è acceso. È una vera evoluzione degli Accordi di Abramo o una struttura parallela destinata a scavalcare l’ONU e i partner europei? E ancora: la scelta dell’Italia di aderire come osservatore rappresenta una soluzione di equilibrio istituzionale o una precisa mossa strategica per non restare ai margini?

A fare chiarezza è Arduino Paniccia - analista di strategia militare e di geopolitica - che ad Affaritaliani interpreta l’iniziativa americana come un possibile cambio di paradigma nella gestione delle crisi mediorientali: “Stiamo assistendo a un’inversione di tendenza significativa. È la prima volta che, almeno in questa fase, la risposta a una crisi così complessa non è l'attacco militare".

Questo nuovo organismo da 5 miliardi di dollari è una reale evoluzione degli Accordi di Abramo o rischia di essere una struttura parallela che scavalca l’ONU e i partner europei?

“Io vedo il Board of Peace come una continuazione degli Accordi di Abramo. Non mi sembra che gli Stati Uniti lo abbiano concepito come un organismo volto a scavalcare altri attori internazionali. Alla riunione di giovedì alla Casa Bianca, ad esempio, erano presenti anche rappresentanti istituzionali che non sono stati particolarmente evidenziati, come la Commissaria dell’Unione europea per il Mediterraneo, che ha partecipato pur senza sostenere formalmente il Board.

Sinceramente, credo che se si decide di partecipare – come intende fare l’Italia – sia più sensato farlo attivamente piuttosto che affermare che il Board non esiste. Questa posizione europea rischia di non portarci da nessuna parte. È vero che l’Unione europea negli ultimi tempi ha compiuto diversi passi avanti, ma mantiene ancora atteggiamenti contraddittori che, a mio avviso, finiscono per creare imbarazzo anche in Paesi come la Germania.

L’Italia, partecipando, evita il rischio di restare fuori mentre magari altri leader europei – incluso il cancelliere tedesco – scelgono di essere presenti. Sarebbe paradossale che l’Unione europea partecipasse dichiarando di non riconoscere l’organismo, mentre singoli Stati membri fossero comunque rappresentati.

Credo quindi che l’Italia abbia buone ragioni per esserci, anche perché nel Mediterraneo siamo presenti da decenni e ne affrontiamo direttamente le conseguenze geopolitiche. Usando un’espressione nota ma efficace: “Ci turiamo il naso e partecipiamo”. Non possiamo permetterci l’assenza. Per un Paese proiettato nel Mediterraneo – snodo strategico anche verso l’Indo-Pacifico – scegliere l’Aventino sarebbe poco lungimirante, soprattutto in un momento storico in cui rischiamo di non essere neppure al tavolo delle decisioni europee”. 

L’Italia ha scelto di aderire al Board of Peace come osservatore: che cosa comporta concretamente questa formula?

“È chiaramente un escamotage individuato dalla Presidente del Consiglio in accordo con il presidente Donald Trump. La Costituzione italiana, giustamente, non prevede che si possano assumere decisioni vincolanti in organismi così informali. La formula dell’osservatore consente quindi una presenza senza un impegno formale.

Viviamo però in un’epoca in cui l’ordine internazionale, costruito in gran parte dopo la Seconda guerra mondiale, si è progressivamente indebolito. Molti organismi appaiono oggi obsoleti o superati. Questo non significa accettare automaticamente ogni iniziativa americana, ma riconoscere che la situazione mediorientale è talmente drammatica da richiedere tentativi nuovi.

Essere osservatori è comunque una posizione più attiva rispetto all’assenza. Potrebbe mettere l’Italia nella condizione di svolgere un ruolo operativo in futuro, ruolo che il nostro Paese sarebbe certamente in grado di esercitare. Ignorare l’evento significherebbe rischiare di vedere altri Paesi europei partecipare comunque, o addirittura l’Unione europea rimanere nuovamente tagliata fuori. E questo, a mio avviso, non possiamo più permettercelo”. 

Il Board of Peace può davvero cambiare gli equilibri a Gaza?

“Ritengo che sia comunque preferibile alla tradizionale opzione dell’intervento militare, che storicamente è sempre stata la risposta più immediata. Non sono un sostenitore entusiasta di un Board finanziato con capitali privati e con una forte centralizzazione decisionale: come europei attenti ai valori democratici, questo ci lascia perplessi.

Tuttavia, va riconosciuto lo sforzo di proporre un’alternativa alla logica dell’attacco. Nonostante il forte legame tra Donald Trump e Israele, per la prima volta si intravede una posizione diversa rispetto alla risposta militare tradizionale.

C’è poi un elemento strategico interessante: l’iniziativa si muove da Ovest verso Est, invertendo una dinamica che negli ultimi decenni ha visto i principali flussi economici e strategici partire dall’Asia e dirigersi verso l’Europa.

Questa inversione di tendenza è significativa. È la prima volta che, almeno in questa fase, la risposta a una crisi così complessa non viene impostata prioritariamente come attacco militare. Anche attori come l’Iran e gli ayatollah potrebbero valutare seriamente l’ipotesi di un negoziato reale con Trump”. 

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